"Non è la mente l'origine dell'uomo, sono le passioni che originano tutto, anche il pensiero. E' il sentimento il seme dell'uomo, sono l'amore, la passione." (M. Tobino)
E' "vero" tutto ciò che ci piace e che decidiamo insieme agli altri che sia vero

giovedì 1 luglio 2010

Diversità di genere: un ologramma della nostra società.


Un ologramma viene creato impressionando una speciale pellicola fotografica con un laser. Oltre ad avere la caratteristica di restituirci un immagine tridimensionale dell’oggetto impresso, ne ha un'altra.  Se divido in più parti la pellicola,  ogni pezzo contiene l’immagine dell’intero oggetto e non di una sua parte.
Il pregevole lavoro “Donne in attesa” sulla diversità di genere di Alessandra Casarico e Paola Profeta, che non ho avuto la possibilità di leggere ma sono riuscito ieri a partecipare alla sua presentazione ad opera della autrici, mi sembra che sia proprio un’ologramma della nostra società, quella industriale. Ripeto, queste brevi note rappresentano mie personalissime considerazioni generate dalle intense e appassionate presentazioni delle brave e rigorose autrici e non commenti sul loro libro.
Se al posto delle diversità di genere avessero indagato su quelle dell’età, o della razza, o della nazionalità o dell’handicap, avrebbero scoperto più o meno le stesse cose.

Questo non toglie valore al lavoro di ricerca effettuato, che ci da uno spaccato reale, concreto e per alcuni versi drammatico della situazione, ma conferma quello che ormai è sotto gli occhi di tutti: la società indutriale è basata sullo sfruttamento, delle risorse, dei mercati, delle persone, e dunque è strutturalmente ingiusta. Per “strutturalmente” intendo che questa ingiustizia  è nel suo DNA, ne ha bisogno per funzionare altrimenti si blocca, collassa, va in crisi. Tali ingiustizie possono essere grandi o piccole, vicine o lontane e cinicamente, nemmeno tanto inconsciamente, siamo disposti a tollerarle, un pochino, meglio se lontane da noi, meglio se in piccole dosi.
Il punto allora non è quello di “riformare”, come suggeriscono le autrici, l’attuale sistema con piccoli aggiustamenti, ma cambiarlo in profondità, radicalmente, facendo attenzione a salvaguardare ciò che va ed evitando di gettare, insieme all’acqua sporca, anche il bambino.
Allora se l’analisi “ologrammatica” è lucida e approfondita, le proposte mi sembrano marginali e rinunciatarie. Marginali perché toccano piccoli aspetti al contorno che non intaccano la sostanza. Il sistema industriale è alla frutta, le aziende, che costituiscono il nodo centrale nell’ assetto attuale, diventeranno sempre più aggressive sui mercati e con le persone, e non per cattiveria ma per sopravvivenza. Assumeranno sempre meno nel mondo occidentale distribuendo meno ricchezza, sia agli uomini che alle donne. Chiedere un posticino in più in un CDA o su uno scranno parlamentare suona come la richiesta di contare di più all’interno di un partito comunista di un paese dell’est  alla vigilia del crollo del muro degli inizi degli anni 90.
Rinunciataria, già dal titolo, perché non ha il coraggio di una proposta profonda e radicale.  Si accontenta di chiedere di entrare in questo sistema “competendo” per un accaparramento di un potere che inizia a sciogliersi  in mano a chi ce l’ha già, uomo o donna che sia.
Come ho già avuto modo di dire in passato, le donne hanno ben altre capacità che giocare a fare i “forti” in un gioco che deve avere per forza dei “deboli” per funzionare.
Le donne, sopratutto se madri, hanno quella cultura e intelligenza intuitiva che gli permette di valorizzare le risorse “generative”, quelle intangibili che non si esauriscono mai (conoscenza, relazioni, affetti, emozioni) che sono alla base della società umana e che si sta iniziando a riscoprire, ma non ancora a praticare, come base di nuovi assetti sociali e organizzativi.
Le donne sanno che le entità complesse non si misurano, perché ogni misurazione ne altera lo stato e quindi è inutile, che gli assetti organizzativi devono essere al servizio delle persone e non il contrario. Sanno che “governo” non è sinonimo di “comando”, che la realtà è ben più complessa e sfaccettata di un “modello” di riferimento che per noi uomini è una necessità altrimenti ci sentiamo persi. Sanno che il benessere non può essere ridotto ad un ridicolo numero (che invece è stato abbondantemente menzionato, proprio dalle autrici donne, sigh!), che il controllo lo si esercita con la pratica della fiducia, che alla base dell’armonia sociale e organizzativa vi sono le relazioni e i sentimenti, non le leggi e i regolamenti.
E allora donne, con un così ricco patrimonio culturale perché rimanere in attesa? Perché restare in fila, come mostra la copertina del libro, aspettando che qualcuno apra la porta di un castello che sta cadendo a pezzi, invece di prendere l’iniziativa e promuovere un dibattito serio per far emergere una voglia di aziende e società totalmente nuove, che faccia scomparire le file di attesa e dia il giusto spazio ai nostri figli, ma anche a quelli degli “altri”, femmine o maschi che siano?
Promuovendo una tale iniziativa scoprireste di avere un insospettabile alleato in azienda; quell’imprenditore, donna o uomo non ha importanza, che prima ancora di essere attore economico è attore sociale e che forse, chiuso nella sua stanza di bottoni, si sta chiedendo quanto ci mette una persona qualsiasi della sua organizzazione a bussare alla sua porta e iniziare a dialogare con lui con convinzioni forti, teorie nuove, metodi affascinanti.
Cosa aspettate allora?
Luciano Martinoli

8 commenti:

  1. molto bello questo articoli..illuminante. Ma mi chiedo: perchè questo dialogo con l'imprenditore non è già iniziato da tempo? perchè il timore sembra essere sempre più forte della voglia di cambiare?

    RispondiElimina
  2. Il tuo pensiere e giusto al contrario del nostro modelo di vita dei nostri paesi.
    Ormai, non c'e piu posto per lo sguardo humano.
    Alora se vogliamo riprendere il controlo di una vita che sarebbe ecomicamente forte ma socialmente uguale per tutti..ogni azione grande o piccola a il suo senso.

    RispondiElimina
  3. Sfondi una porta aperta, Luciano.
    Il concetto che la collaborazione, la qualita' del lavoro, la dignita' di chi lavora e di chi usufruisce del risultato finale siano alla base di ogni attivita' imprenditoriale e non un suo scomodo aspetto, non e' nella logica di questa societa'. Non voglio dire della societa' capitalistica in genere, anche se lo sfruttamento ne e' proprio, ma di questa in particolare, estremamente aggressiva.

    Sono convinta che alla base ci sia Il concetto stesso di societa' di capitali: non sono persone che ci devono mettere la faccia, sono solo capitali che tutti noi, con i nostri investimenti di cui non sappiamo nulla, se non che danno un certo profitto o una certa perdita, continuiamo ad alimentare.

    Quante volte mi sono chiesta se con i miei "fondi di investimento" sono andata ad alimentare i profitti di aziende che sfruttano il lavoro minorile o sono gestite da fondi neri o denaro riciclato dalla Mafia e Camorra!

    Uscire da questa logica? Si', sono d'accordo con te: e' l'unico modo per cambiare la visione del mondo produttivo. Ma uscire proprio dalla logica del capitale investito in qualcosa di cui non sai nulla, uscire dalla logica delle imprese di capitali.

    Le Donne saprebbero farlo! Noi abbiamo concetti di economia molto chiari in mente. Purtroppo poche donne ci riescono, il 70% di quelle di cui abbiamo visibilita' non ci fa far bella figura, ancora legato alla visione che l'uomo ha della donna e non alle reali capacita'. Too bad!

    C'e' stata una stagione femminista come c'e' stata una stagione in cui i diritti venivano rispettati, lottiamo per ritornarci altrimenti e' proprio la fine.

    Grazie per avermici fatto pensare su.
    Un bacio
    Silva

    Grazie

    RispondiElimina
  4. Ti ringrazio, caro Luciano, per questo invito a discutere della questione posta, che e’ interessantissima. Avevo, infatti, visitato una tua foto su Facebook in cui ti vedevo attento on prima fila alla citata presentazione.

    Ho letto con grande interesse anche perché la prosa elegante e puntuale mi ha attratto ed assorbito nel tema discusso, la società futura orientato alla direzione femminile delle energie sociali, lavorative, umane, creative, come educazione delle forze, che sono dette ' i figli' come e' giusto che sia concepito il termine dalla prospettiva femminista. Come prof.ssa di liceo mi trovo spesso in situazioni in cui noi corpo docente con una certa prevalenza numerica al femminile possiamo gestire e influenzare una certa gestione delle politiche e dei sistemi educativi, per quello che si definisce il principio della 'libera docenza', ma abbiamo una preside, tuttavia, che pur appartenendo al genere che Luciano vede quale destinato a riformare il mondo, ha assunto per ambizione di potere un'ottica e delle strategie totalmente patriarcali e tratta la questione scolastica come gestione di finanze e non di risorse umane.

    La mentalità manageriale, imprenditoriale, sfruttatrice e' iscritta nella nostra società patriarcale e maschilista la quale come ricorda Luciano e' allo sfacelo. Sono convinta dal profondo del cuore e della mia relativa esperienza come operatrice nel sociale che il futuro della società come struttura sia al femminile, ma per questo ci vuole non una rivoluzione, siccome l'uomo ci combatterebbe strenuamente ad armi non apri ma impari, come si combatte un nemico, ma di necessità, per maturazione dei tempi, come rivoluzione culturale, passaggio da una egemonia di genere all'altra pi lenta ma duratura, per la quale ci vuole, certo, militanza civile, ideologica ed educativa. Si veda come lentamente le donne siano entrate nel tifo e come lo intendano diversamente quale manifestazione pacifica e gioiosa dello sport.
    Volevo aggiungere che da oltre un decennio, nei paesi anglosassoni, si manifesta un 'femminismo al maschile' ovvero promosso da uomini come hai fatto qui tu.

    RispondiElimina
  5. Questo commento è stato eliminato da un amministratore del blog.

    RispondiElimina
  6. Mi piace quello che scrivi , ma la domanda e' " come si fa a rivoluzionare un sistema ?"

    Personalmente mi accontenterei di non sentirmi chiedere se ho intenzione di avere dei figli dal mio "capo" , dopo aver vinto un concorso in cui ho dimostrato di essere piu' in gamba di altri concorrenti maschi .
    la strada e' lunga , e mi dispiace vedere la mia nipotina di 5 anni che riceve come input dal mondo esterno solo modelli tipo winx o principesse....

    RispondiElimina
  7. Provo a dare un ulteriore contributo alla conversazione. Il disagio è palpabile ovunque, dunque non c'è dubbio che qualcosa non va ma... cosa è che non va? Suggerisco la lettura di un piccolo volumetto che trovate gratuitamente qui http://tinyurl.com/38dolkj . Abbiamo fatto un'analisi di cosa sia in realtà la società industriale, i suoi meriti e perchè non funziona più (ma perchè, doveva funzionare in eterno poi, bah?). E abbiamo provato a fare delle proposte a partire da nuovi paradigmi? Quali? Le scienze, quelle nuove, quelle che non pretendono di costruire la vita in laboratorio nè trovare l'origine della materia costruendo costosissimi apparati che non si sa neppure se funzionano. Le abbiamo indagate non per capire come costruire nuove macchine, ma per avere spunti e intuizioni su che assetti darci, come evolvono i sistemi umani, cosa si può fare. Abbiamo fatto molte scoperte, tra queste che la scienza è molto più simile ad una "letteratura" che ad un tirannico vangelo che non si può discutere, abbiamo scoperto che siamo tutti ammassati come pesci sotto un cono di luce di notte... e tutto intorno un mare immenso che nessuno frequenta. E allora si parte da quì, da allargare le visioni del mondo di ognuno di noi, donna o uomo che sia, e poi la strada... si fa andando!

    RispondiElimina
  8. Domenico Asaro3 luglio 2010 18:21

    Luciano condivido la tua riflessione,rigorosa e lucida.Condivido il passaggio sulle capacità delle donne di potere 'governare' purchè non commettano l'errore,purtroppo frequente, di plasmarsi su modelli maschili. Le donne hanno forza,capacità,buona volontà,risorse e cultura per fare tanto e meglio.

    RispondiElimina