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lunedì 6 agosto 2012

L'azienda non è una istituzione

Lettera aperta al Generale GdF in congedo, già comandante del GAT Nucleo Speciale Frodi Telematiche, e attualmente Consigliere strategico del Presidente di Telecom Italia

Caro Umberto
Ho letto il tuo commento su Jobtalk, il famoso blog curato da Rossana Santonocito, riguardo la non recente notizia del programma di Amazon per i dipendenti  (il "Career Choice Program").
Come saprai, non è una novità per le grandi aziende d'oltreoceano disporre di programmi di questo tipo. Si tratta di strumenti di "recruiting and retention" utili a facilitare le assunzioni e trattenere le persone.
Giustamente auspichi una "clonazione" di tali iniziative anche nel nostro paese, ma, consentimi, il tuo è un invito che non considera, probabilmente in virtù della tua provenienza da una istituzione statale, un aspetto fondamentale affinchè un programma del genere prenda senso: la "strategia" dell'impresa.
Amazon, Deloitte, Qualcomm, Boeing, UPS, e molte altre citate, e non, nell'articolo che ti ho segnalato, hanno un "piano per il futuro", all'interno del quale descrivono e concretizzano il loro "senso globale" (organizzativo, sociale, culturale, e altro dal quale discendono i risultati economici e finanziari). Solo al suo interno prendono significato iniziative di questa portata.

Quali sono invece i "piani per il futuro" delle nostre aziende? 
Se prendiamo le più grandi, quelle dell'indice FTSE MIB della borsa di Milano, piani di futuro, descritti dai loro business plan, o non ci sono o sono banali (meglio "istituzionali", vedi questo articolo de "Il Mondo" di un mese fa).
Le corporate nostrane non pensano che è loro precisa responsabilità di creare "mercati" sempre nuovi, e per far questo hanno bisogno delle migliori energie disponibili, per cui avrebbero un preciso senso strategico le iniziative come quelle di Amazon. Nossignore, esse sono convinte di operare in un contesto "competitivo", più o meno "aiutato", dove vince chi risparmia di più e, dunque, con il minimo di risorse disponibili. Proprio come una istituzione, che deve fare solo i conti con quanto gli passano, mica deve "innovare" ( e tu ne sai qualcosa, vero?).
Ovviamente il mio è un discorso un po' estremo, ci sono molte eccezioni, ma se per ricordarle dobbiamo arrivare ogni volta al buon Adriano, pace all'anima sua, vuol dire che le eccellenze sono o piccole o poche o entrambi.
Ecco allora che è necessario, negli ambiti in cui si parla di lavoro, smetterla di guardare solo ai diritti.
L'azienda non esiste, e non può esistere, solo per pagare stipendi e fare contenti i dipendenti. L'azienda esiste  come attore sociale multiforme e solo all'interno di questa sua dimensione complessa sono utili, o inutili, i programmi come quelli di Amazon, le indagini sul clima aziendale, la gestione dei "talenti", e tanto altro.
Perchè ce ne dimentichiamo? Perchè invece di reclamare benefit non reclamiamo il ruolo progettuale che ognuno di noi può dare alla ridefinizione del "senso" dell'azienda?
Le aziende devono recuperare il loro ruolo originario, quello di creatrici di ricchezza per tutti, e farle uscire dalla buca nella quale sono cadute, dove bruciano risorse di tutti.
Da sole, e con le attuali classi dirigenti di stampo burocratico (focalizzate sulla routine  e lo status quo, più che sulla costruzione di un "nuovo mondo" di cui è chiarissimo, ormai, abbiamo disperato bisogno), non ci riusciranno mai. C'è bisogno di uno sforzo sociale e collettivo da parte di tutti per riprogettare nuove aziende, che producano nuovi prodotti e servizi, in una nuova economia.
Molto di più che semplici programmi di aiuto ai dipendenti... 

Con affetto
Luciano Martinoli
l.martinoli@cse-crescendo.com

2 commenti:

  1. umberto rapetto6 agosto 2012 23:15

    carissimo Luciano,
    per innovare la mentalità di chi avevo attorno, per gestire i "talenti" del mio Nucleo Speciale, per inseguire risultati in chiave privatistica, per fare quello sforzo di cui tu parli, mi sono giocato il posto in Guardia di Finanza.
    ho "schiavizzato" chi lavorava con me (altro che diritti...) agendo sul coinvolgimento, sul senso di appartenenza e su obiettivi non personali. avevo creato un modello aziendale ineguagliabile. una di quelle che tu definisci eccellenze piccole e poche.
    per aver fatto e fatto bene il mio lavoro ho dovuto dare le dimissioni ancor prima di sapere se qualcuno mi avrebbe mai offerto un posto.
    sapevo solo di non essere sfigato come chi - sopra di me - aveva cercato di mortificarmi senza pietà.
    sono d'accordo con te e con quello che scrivi, ma sono sicuro che sai scegliere una buona squadra la devi coccolare da bestia.
    e se vedo qualcuno che prova a far star meglio chi lavora, sono contento e gli auguro di veder ricambiato il proprio sforzo.
    quando dici che vince chi risparmia di più e con il minimo delle risorse, rivedo i miei anni al GAT: senza finanziamenti, senza ausilio, senza conforto di nessuno. Mi sono portato il pc da casa, ho dormito in automobile perchè non c'erano i soldi per le missioni fuori sede, ho sputato l'anima per non darla vinta a chi mi ha sabotato e si è vantato delle sue gesta infami. Sono sicuro che il mondo può cambiare se qualcuno comincia a dare il buon esempio e se lo si fa con estrema determinazione (la "cazzimma" napoletana....).
    io l'ho fatto. e non ho nemmeno finito.
    ce l'hanno insegnato quando eravamo sui banchi della Nunziatella. e come te non riesco a scordarmelo.

    PS L'azienda non è un'istituzione. Meno male. A guardare certe istituzioni nazionali c'è da aver paura...

    un abbraccio forte
    Umberto

    umberto@rapetto.it

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  2. Caro Umberto
    So perfettamente quale è stato il tuo sforzo in GdF, sia da quello che vedevo sulla stampa che dai tuoi racconti. Temo, proprio per questo, che anche le grandi aziende italiane, almeno la maggior parte, si comportino proprio come l'istituzione dalla quale vieni, con danni anche maggiori per il sistema Italia: non fanno da motore di sviluppo per il paese.
    Sono infatti, negli USA, proprio le Amazon, le Apple, le Facebook e tante altre che, con il loro impegno "imprenditoriale" sviluppano, anche se pure loro non sono in numero sufficiente, il mercato locale e non solo con le iniziative come quelle che citavi nel blog della Santonocito. Il risultato economico deriva da quel loro impegno che è figlio di una visione sul futuro, e un piano per farlo accadere, di cui non c'è traccia nelle corporate nostrane.
    Allora più che auspicare un impegno delle nostre "grandi" verso i dipendenti, sarebbe auspicabile il contrario: che le aziende si facessero "aiutare" dai dipendenti, così come tu hai cercato di fare, senza purtroppo riuscirci, in GdF.

    Abbracci

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