"Non è la mente l'origine dell'uomo, sono le passioni che originano tutto, anche il pensiero. E' il sentimento il seme dell'uomo, sono l'amore, la passione." (M. Tobino)
E' "vero" tutto ciò che ci piace e che decidiamo insieme agli altri che sia vero
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sabato 5 dicembre 2015

Creare razze organizzative

di
Francesco Zanotti

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Leggendo un bel libretto dell’antropologo Adriano Favole: “La bussola dell’antropologo” … ho pensato …
Ma il costruire una organizzazione formale significa costruire razze organizzative. Tanto più l’organizzazione formale viene presa sul serio, tanto più si innescano culture a pratiche di “razzismo organizzativo”.

I rimedi?
Riporto i suggerimenti di Favole per combattere il razzismo sociale. Ma che mi sembrano importanti anche per evitare razzismi organizzativi.
Eccoli (pag. 60), adattati uno per uno

Il primo suggerimento: spostare l’enfasi dalle culture e dalle etnie ai contesti di violenza e discriminazione. Traduzione organizzativa: non cercate di capire le persone fuori dai contesti in cui operano.

Il secondo suggerimento: trasformare le segregazioni dei campi e delle banlieues in esperimenti di convivenza. Traduzione organizzativa: creare momenti di progettualità in comune tra diversi livelli organizzativi.

Il terzo suggerimento: passare dalle logiche della assimilazione e dell’integrazione a quelle della condivisione. Traduzione organizzativa: le persone nuove che entrano in azienda non vanno inquadrate, omogeneizzate. Chiedete loro di raccontare la loro diversità

Il quarto suggerimento: vincere l’emarginazione a favore del coinvolgimento e della cittadinanza attiva. Traduzione organizzativa: riconoscete e valorizzate la “cittadinanza attiva” già in atto. Intendo dire: riconosciamo che la strategia e l’organizzazione già oggi sono costruire da comportamenti liberamente scelti dalle persone.

Sempre a dimostrare l’estremo bisogno di conoscenza. Sempre a dimostrare le stupidaggini che si fanno rifiutando la conoscenza.


martedì 29 aprile 2014

Banane e dissonanze cognitive

di
Francesco Zanotti


Un fatto e la morale.
Tutti conoscono il fatto. Dani Alves ha mangiato la banana che gli era stata lanciata come gesto di disprezzo. Così facendo ha semplicemente cancellato il significato razzista del gesto. Ed ha eliminato quel comportamento. Nessuno considererà più il lancio della banana come atto di disprezzo.
La morale. Il gesto di Dani Alves è l’applicazione originale di una teoria che si chiama “dissonanza cognitiva” elaborata da Leon Festinger già negli anni ’50. Non credo che Dani Alves la conoscesse. Ne ha intuito il senso.
Forse anche qualche manager o qualche politico ne intuisce il senso e lo usa. Ma non sarebbe meglio che tutti i manager e i politici conoscessero questa teoria? Così da usarla più compiutamente e più efficacemente?

La nostra battaglia fondamentale è per il riconoscimento del ruolo della conoscenza. La dissonanza cognitiva non è ovviamente tutto il mondo. Vi è un patrimonio intero di nuove conoscenze che potrebbero essere utilissime. Perché non usarle? Eticamente: come si giustifica il diritto a non usare la conoscenza esistente? Di più: come si giustifica il rifiuto a investire nella conoscenza?