"Non è la mente l'origine dell'uomo, sono le passioni che originano tutto, anche il pensiero. E' il sentimento il seme dell'uomo, sono l'amore, la passione." (M. Tobino)
E' "vero" tutto ciò che ci piace e che decidiamo insieme agli altri che sia vero
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venerdì 24 febbraio 2017

La storia conta …

 
Per capire il funzionamento di una macchina, non è importante come è stata costruita. Conta solo la sua struttura attuale. Struttura che la macchina non è in grado né di modificare da sola.
Una macchina è a-storica.
Un sistema complesso, il suo comportamento, invece, dipende in modo dal modo in cui è emerso dall'ambiente. Conta il suo percorso nel tempo. Conta come è arrivato ad essere quello che è. E, poi, “quello che è” dipende anche da chi lo guarda. Sguardi diversi vedono sistemi diversi.
Una organizzazione ed una persona sono sistemi complessi o semplici? Che pirla che sei, mi dirà il lettore manager, sono certamente complessi.
Ma, allora, perché li guardiamo e li trattiamo sempre come sistemi semplici?
Sì, proprio come sistemi semplici li trattiamo. Cerchiamo di analizzarne la struttura attuale (analisi delle competenze ad esempio), pensiamo che il risultato di questa analisi sia quello vero e completo. E, poi, ci immaginiamo che, mentre analizziamo il sistema se sta lì fermo e buono.
Li trattiamo come sistemi semplici, ma non lo sono. Anche se riuscissimo a conoscere la loro struttura, questo non basterebbe a prevederne o determinarne il comportamento. Mentre le analizziamo non solo l’organizzazione e la persona non stanno ferme, ma evolvono come pare a loro e se la ridono delle nostra analisi. Sanno che, quando saranno pronte, non saranno solo eminentemente soggettive, ma riguarderanno persone ed organizzazioni diverse da quelle analizzate.

giovedì 13 agosto 2015

Siamo meno complessi di un polipo?

di
Francesco Zanotti

Risultati immagini per polpo gigante

Ci sono i geni codificanti e quelli che sembrano non fare nulla. In nome di un riduzionismo ancora imperante, si continua a pensare che i veri geni importanti siano quelli che fanno qualcosa (codificano proteine, appunto). E gli altri … siano geni spazzatura.
Se non che, poi si scopre (Corriere della Sera pag.23) che il Cephalopod Sequencing Consoritium (http://www.cephseq.org/) ha scoperto che il polpo ha più geni (codificanti) dell’uomo: oltre trentatremila contro i venti-venticinque mila dell’uomo.
Che pensare? Che l’essere vivente “polipo” è molto più di un insieme di Attori (i geni) che codificano proteine.
Così come l’attività di una organizzazione è molto più delle attività che vengono esplicitate (codificate). Le attività codificate sono solo una piccolissima parte dell’insieme complessivo delle attività di una impresa. Ed è evidente che è l’insieme complessivo di tutte le attività delle persone che vivono in una impresa che costituiscono l’organizzazione e la strategia dell’imprese stessa.
Allora volete sequenziare sempre e solo le attività formalizzabili lasciando le altre al caso?

Cioè, davvero pensate che si possa gestire un sistema complesso gestendone solo una piccolissima parte (diciamo il 5 % ... tanti sono i geni codificanti sul totale) delle sue attività?

mercoledì 13 maggio 2015

La storia conta …

di
Francesco Zanotti


Questo post potrà dare adito a mille fraintendimenti. Ma ci provo lo stesso a scriverlo …
Per capire il funzionamento di una macchina, non è importante come è stata costruita. Conta solo la sua struttura attuale. Struttura che la macchina non è in grado né di modificare da sola.
Una macchina è a-storica.
Un sistema complesso, il suo comportamento, invece, dipende in modo dal modo in cui è emerso dall'ambiente. Conta il suo percorso nel tempo. Conta come è arrivato ad essere quello che è. E, poi, “quello che è” dipende anche da chi lo guarda. Sguardi diversi vedono sistemi diversi.
Una organizzazione ed una persona sono sistemi complessi o semplici? Che pirla che sei, mi dirà il lettore manager, sono certamente complessi.
Ma, allora, perché li guardiamo e li trattiamo sempre come sistemi semplici?
Sì, proprio come sistemi semplici li trattiamo. Cerchiamo di analizzarne la struttura attuale (analisi delle competenze ad esempio), pensiamo che il risultato di questa analisi sia quello vero e completo. E, poi, ci immaginiamo che, mentre analizziamo il sistema se sta lì fermo e buono.
Li trattiamo come sistemi semplici, ma non lo sono. Anche se riuscissimo a conoscere la loro struttura, questo non basterebbe a prevederne o determinarne il comportamento. Mentre le analizziamo non solo l’organizzazione e la persona non stanno ferme, ma evolvono come pare a loro e se la ridono delle nostra analisi. Sanno che, quando saranno pronte, non saranno solo eminentemente soggettive, ma riguarderanno persone ed organizzazioni diverse da quelle analizzate.


giovedì 31 maggio 2012

I tempi “insensati” delle organizzazioni


di
Francesco Zanotti
f.zanotti@cse-crescendo.it


Le azioni nei confronti del mercato e del più generale ambiente sociale, politico e culturale vengono decise, da parte di una organizzazione (economica o non), in base a ragioni “interne”. Vengono attivate quando l’organizzazione lo ritiene più opportuno. E questo modo di procedere sembra naturale: che cosa c’è di sbagliato nel fatto che una organizzazione decida di fare azioni importanti verso l’esterno solo quando è “pronta”? Quando, ad esempio, tutte le caselle dell’organigramma sono a posto?
C’è di male il fatto che i tempi di sistemazione dell’organigramma dipendono dai processi negoziali interni che vivono in una dimensione del tutto autoriferita. 
Il risultato è che si viene sorpresi dall’ambiente che bussa alla porta dell’organizzazione quando non si sente ascoltato. E, quando bussa, lo fa sempre violentemente. Si palesa all’organizzazione come minaccia, crisi.
L’ambiente esterno è sempre carico di potenzialità di futuro. Se una organizzazione non si fa carico di far precipitare queste potenzialità in qualche opportunità per lei interessante, le potenzialità precipiteranno in minacce.  E le minacce busseranno in un momento che l’organizzazione giudicherà inatteso (ed ovviamente inopportuno) solo perché ha deciso di finalizzare l’esterno ai propri equilibri interni.

Tanto più una organizzazione è grande, tanto più la prevalenza delle beghe interne è assoluta e tanto più questa stessa organizzazione sarà sorpresa, sempre negativamente, da eventi esterni che sarebbero stati gestibilissimi se non si fosse aspettato che bussassero alla porta con la faccia truce della minaccia.

La via per non essere sorpresi da minacce, ma per vivere in un mondo di potenzialità che possono essere trasformate in opportunità, è quella di smetterla di guardare all’interno.