di
Francesco Zanotti
Sul gruppo di LinkedIn
di AIDP si è aperta una discussione che mi sembra meriti di essere riportata
nel nostro blog.
In particolare vorrei
esporre più dettagliatamente, anche se sempre in modo non completo, la mia
posizione, come mi è stato richiesto, sul tema.
La posizione di alcuni
partecipanti è che è possibile misurare una organizzazione. In particolare sono
possibili ed utili misure del clima.
Si tratta di un tema del
quale riconosco la delicatezza: tutto un mondo consulenziale fonda la sua
sopravvivenza sul fatto che una organizzazione (ma anche un mercato) sia analizzabile. E, quindi, sulla sensatezza di offrire
servizi di analisi. Distruggere questa possibilità rende problematica la
posizione degli “analizzatore”.
Ma “Amicus Plato (o Socrates),
sed magis amica veritas”.
Il nostro riferimento
non è alle esigenze dei consulenti, ma alle esigenze delle imprese che
necessitano di strumenti, metodologie e processi di governo radicalmente
diversi. Come quelli che sto descrivendo nel libro di cui abbiamo iniziato la
pubblicazione a puntate e che presenteremo a Milano il 29 maggio.
In questo quadro, l’obiettivo
del post è quello di illustrare i riferimenti in base ai quali sostengo
che misurare un sistema umano non ha senso. Come non ha senso un management ed
un sistema di servizi di consulenza che si offre di compiere questa operazione.
Il primo riferimento è Domenico Parisi e
il suo Le sette nane dove tratta in modo abbastanza convincente lo
status delle scienze umane. Esse non sono certo scienze esatte. Hanno cercato
di usare la fisica classica come modello epistemologico unico, ma ne è nata una
parodia. E proprio nel secolo in cui la fisica ha relativizzato la fisica
classica come modello epistemologico unico. Se le scienze umane non sono “isomorfe”
alla fisica classica, non hanno senso tutte le operazioni che sono possibili in
un sistema che rientra nell'ambito della stessa fisica classica. In
particolare non ha senso l’operazione di misura.
Il secondo è Peppino Vitiello nel libro Strutture di mondo con il suo contributo Dissipazione e coerenza nella
dinamica cerebrale dove si dimostra chiaramente, che per quanto riguarda l'uomo e i sistemi sociali, non esistono identità fisse, quelle che ci appaiono identità sono
momentanee e sono frutto di processi di emergenza. Se non esistono identità
fisse, ma identità che continuamente evolvono grazie alle interazioni, che
senso ha voler misurare caratteristiche di identità come il clima di una
organizzazione o i valori e le competenze? Non sono oggetti che se ne stanno fermi
e si lasciano misurare.
Il terzo è alla fisica quantistica (non ha
senso indicare un autore specifico ma se proprio si vuole: David Bohm). Ovvio che
la fisica quantistica non è solo scienza dell'infinitamente piccolo (che ci fa
funzionare tutti i dispositivi elettronici), ma è la prima teoria della misura
nel caso in cui la forza della misura è dello stesso ordine di grandezza dello
strumento misurato. La fisica quantistica rivela, innanzitutto, che misurare significa cambiare.
In particolare, nel caso di una misura organizzativa (non solo del clima) questo
significa che ogni tentativo di misura crea per tutto il tempo della misura una
nuova organizzazione (organizzazione più team di misurazione). La descrizione
del clima è la descrizione del clima di questa organizzazione artificiale, per
di più vista dal punto di vista di una parte: un misuratore che, appena che ha finito di misurare se ne dovrebbe andare. Cioè si misura il clima di una organizzazione
artificiale.
Il quarto
è tutto il mondo della complessità. Un autore tra tutti: il compianto Von
Foerster con il suo Sistemi che osservano.
Il quinto è costituito
da tutte le osservazioni che i filosofi dell'ermeneutica hanno proposto, fino a Jaques Derrida e la suo decostruire e ricostruire. Credo che l'inevitabilità della
interpretazione tolga il terreno di sotto a tutti coloro che credo che la loro
interpretazione sia una raffigurazione oggettiva del sistema umano che
"osserva"
Ma possiamo citare, in
campo strettamente manageriale,
anche i lavori di Ugo Morelli su estetica e bellezza.
Altro polo di
riferimento sono tutti gli studi
epistemologici, dove, da Feyerabend in poi, si è capito che una conoscenza
oggettiva è impossibile in assoluto. Tanto meno è possibile una conoscenza
oggettiva dei sistemi umani. In particolare il concetto di causa ed effetto,
che è la metafora più completa della fisica classica, non è sostenibile per i
sistemi complessi a causa delle interazioni a distanza (entanglement) che vale
anche per i sistemi fisici, come descrive Vitiello, ma come mille fenomeni
fisici confermano.
Si potrebbe aggiungere
che non si può far confusione tra correlazioni statistiche, come quelle che
"rilevano" i questionari, e leggi che governano i rapporti tra causa
ed effetto. Una correlazione statistica non identifica un rapporto di causa ed
effetto.
Poi, quando si parla
di quantificare, occorrerebbe tener sempre presente due fattori. Il primo sono i
teoremi di incompletezza di Godel e
l'altro che i computer trattano solo approssimazioni numeriche, visto che
operano solo con i numeri razionali. Neanche usando loro si riesce a elaborare
descrizioni oggettive.
La conclusione?
La prima è che la
diatriba tra misurazioni quantitative e qualitative è epistemologicamente
infondata. Le misurazioni quantitative non sono possibili. Quelle qualitative
sono una contraddizione in termini. Non ha senso parlare di una misura che non
si esprima in numeri. Misurare è definire una applicazione che “collega” un
fenomeno a un insieme di numeri reali. Se non si vuole parlare di numeri reali questa applicazione … non sa dove applicarsi.
La seconda è già stata già esplicitata esaurientemente da Gary
Hammel: il vecchio management è tutto di tipo "Command & Control"
(io dico che ha come riferimento la fisica classica).
E, egli sostiene, è
del tutto evidente che è superato e da superare.
