"Non è la mente l'origine dell'uomo, sono le passioni che originano tutto, anche il pensiero. E' il sentimento il seme dell'uomo, sono l'amore, la passione." (M. Tobino)
E' "vero" tutto ciò che ci piace e che decidiamo insieme agli altri che sia vero
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mercoledì 24 maggio 2017

Il management e il martello. Sintesi di un seminario

di
Francesco Zanotti


Lo scorso 11 maggio abbiamo proposto un seminario dal titolo: il management e il martello. Ne propongo una iper-sintesi in questo post. Una sintesi più dettagliata è disponibile sul blog nel riquadro: Il management e il martello.

L’iper sintesi è davvero veloce, telegrafica …
Ogni persona guarda, ragiona e agisce sul mondo usando le risorse cognitive (le conoscenze, i modelli mentali) di cui dispone. Esse costituiscono le sue potenzialità e il suo limite.
Oggi tutte le classi dirigenti delle imprese (dalle imprese industriali alle istituzioni finanziarie alle imprese di servizio), a tutti i livelli, stanno usando, per esercitare la loro responsabilità di governo, uno stesso insieme di risorse cognitive: la matematica e la fisica classiche.

Purtroppo si tratta di un sistema di risorse cognitive troppo povero: serve solo a costruire e governare macchine. Quando si cerca di applicarlo a sistemi che macchine non sono si rivela non solo inefficace, ma auto contraddittorio. Le classiche attività direzionali perdono di senso. mi riferisco all’analisi di persone ed organizzazioni, la filosofia del cambiamento o le attività di gestione delle risorse umane.

Per fortuna, a partire dall’inizio del secolo scorso, sono emerse nuove risorse cognitive: dalla matematica qualitativa, alla fisica quantistica alle scienze cognitive alla biologia evoluzionista. Usandole siamo riusciti a guardare con occhi nuovi alle imprese e ai mercati e scoprire una nuova modalità di governo strategico organizzativo che abbiamo definito “Sorgente Aperta”.

I suoi “principi fondamentali” sono:


Proporre il sogno di una terra promessa.          
Dotare tutti di calzari di nuvole e di una bisaccia colma di sole.
Raggiungere la prima oasi insieme.
Celebrare il successo perché anche la luna sappia che noi non siamo pastori erranti senza meta.
Riprende il cammino verso la terra promessa.

domenica 7 febbraio 2016

Plotino e le risorse umane

di
Francesco Zanotti

Risultati immagini per Plotino

Oggi Mauro Bonazzi su “La lettura” del Corriere, introducendo una serie di articoli sull’anima, a un certo punto, ricorda il pensiero di Plotino. Secondo Bonazzi l’ultimo grande filoso greco sostiene che “Il nostro vero io è una parte dell’anima mai discesa nel corpo che risiede interamente nel mondo delle idee, assorta nella contemplazione delle realtà più alte.”.
Ma che c’entra con le risorse umane?
Io credo che il pensiero quantistico, applicato allo studio della cognizione, inviti ad una tesi  simile, anche se “non dualistica” come in fondo è il pensiero di Plotino.
L’identità di una persona è “fatta” di una esistenzialità profonda, insondabile, praticamente infinita, che la vita tende a sterilizzare in ideologie che vengono espresse in valori retorici e in una serie di comportamenti stereotipati che chiamiamo competenze. Il tema del “potenziale” è solo una pallida intuizione lasciata inaridire della realtà dell’esistenzialità profonda.
Oggi la gestione delle risorse umane dovrebbe chiedersi: fino a che punto riesco a mobilitare l’esistenzialità profonda delle persone o, invece, la costringo a nascondersi ed immiserirsi ripetendo valori retorici e comportamenti sempre uguali che non permettono alcuna evoluzione dell’impresa?
La mia risposta è che oggi la gestione delle risorse umane è un tentativo di burocratizzare la persona o, al massimo, a costringerla a esprimersi in luoghi virtuali come gli eventi formativi. E l’isolare l’esistenzialità profonda in mondi virtuali è come umiliarla profondamente. Non recriminiamo, poi, se essa si esprime in frustrazioni e resistenze.


domenica 24 maggio 2015

Scouting: una rivista di interfaccia attraverso il crowdfunding

di
Francesco Zanotti

Che i manager abbiano una resistenza profonda verso la conoscenza, è cosa nota.  Ma devo ammettere che non è colpa loro.
Non è colpa loro perché la conoscenza che può supportare il loro lavoro di gestione dei sistemi umani (persone, organizzazioni, ambienti sociali etc.) è così vasta, spezzettata e dispersa che il cercarla e capire come usarla è impresa titanica.
Purtuttavia questa impresa va tentata, altrimenti dobbiamo rifugiarci in convinzioni infantili (il manager “bravo” quasi per dono divino) o statisticamente insostenibili (il manager “esperto”, come se la sua esperienza fosse fatta su di un numero statisticamente significativo di imprese). E finiamo con il mettere in atto “buone pratiche “ che la scienza giudica sbagliate. E se guardiamo allo stato delle nostra organizzazioni, dovremmo cominciare a credere alla scienza.
Per dare una mano ad affrontare la sfida della conoscenza, abbiamo progettare e costruito il numero zero di una Rivista che abbiamo denominato Scouting e che è scaricabile qui. Insieme all'editore IPOC ed alla piattaforma di crowdfunding Upspringer, abbiamo deciso di dare periodicità quadrimestrale alla rivista. E’ possibile sottoscrivere abbonamenti annuali al seguente indirizzo http://tinyurl.com/ipoc-scouting.
Voglio presentare brevemente la rivista.

mercoledì 16 luglio 2014

Ma la conoscenza mi spaventa!

di
Francesco Zanotti



La confessione di un manager (o di un consulente) dopo qualche bicchiere di vino in una osteria del buon tempo antico …

“Si lo so, in fondo in fondo, è una vera e propria paura esistenziale.

Fino ad oggi non mi sono mai occupato della conoscenza. Se non qualche lettura del tutto casuale o suggerita dalle mode. Nessuna di queste letture è stata fondamento alla mia carriera. La conoscenza, quindi, non è stato il fondamento della mia carriera. Conseguentemente, non so maneggiare la conoscenza.

Vagamente ho intuito che, se mi occupo di uomini e di gruppi di uomini, le conoscenze che i miei simili hanno sviluppato su uomini e gruppi di uomini (psicologia, psico-sociologia, antropologia, linguistica, filosofia) mi possono essere utili. Come potrebbe essere diversamente?
Ancora più vagamente, quasi con la curiosità che si riserva alla magia ed al mistero, ho sentito dire che anche le scienze naturali mi possono fornire modelli, linguaggi, metafore. Qualche folle mi ha parlato di fisica quantistica dicendo che, in realtà, non si tratta solo di una teoria che cerca di spiegare la realtà materiale, ma si tratta di un vero e proprio nuovo modo di pensare. Qualcuno, ancora più folle, mi ha parlato, addirittura di “matematica qualitativa” usando un nome che si rifà al greco antico: topologia.

Ho intuito, ma non ho approfondito … Le urgenze, la fatica, la difficoltà mi facevano da scudo.

Ora mi si dice che, invece, diventa essenziale la conoscenza. Essenziale per lo sviluppo dell’organizzazione che mi ha dato la responsabilità di uomini e struttura. Senza la quale continuerei con convinzioni e prassi che sono, oggi, addirittura, controproducenti.

E io come posso fare?
Contraddico le mie sensazioni profonde (mai confessate neppure a me stesso/a) sostenendo che erano follie? Contesto le mia umanità profonda?
Gioco sul fatto che tanto il CEO di questa sfida della conoscenza non sa nulla. E, quindi, si accontenta di quello che le attuali convinzioni e pratiche possono dare ... “e più non dimanda”?
E se, però, viene a scoprire che non uso le conoscenze che possono toglierlo dai guai banalmente perché non le conosco?
Oppure, accetto la sfida della conoscenza, sfida di fronte alla quale sono completamente disarmato?

Sì, riconosco che troppo spesso faccio come i bambini: mi chiudo le orecchie e urlo forte forte (magari auto incensandomi). Oppure mi adagio nei guai che qualcuno sostiene (è una scoperta alla quale si perviene usando la conoscenze che non voglio neanche ascoltare) dopo tutto mi tranquillizzino.

Sì lo ammetto (ma solo qui ed ora, a causa del vino e del sapore del buon tempo antico). Sto provando una paura esistenziale.”

Amico manager (o consulente), capisco la tua situazione: sembra senza soluzione. Solo vivere alla giornata, immaginando che non sia possibile e non si debba guardare in alto, nel profondo, cambiare il mondo (piccolo o grande) del quale ci è data la responsabilità.

Ma è solo apparenza. E’ possibile usare “intermediari della conoscenza” che, in breve tempi, ti possono rivelare come le scienze naturali ed umane possono suggerirti nuove modalità di sviluppo di persone ed organizzazioni
Certo un piccolo impegno ce lo devi mettere. Ma è non la traversata dell’Himalaya. E’ solo una passeggiata su di una piccola collinetta che, appena la si comincia, si rivela salutare.

Voglio dire, caro manager (o consulente) che, in fondo in fondo, se intraprendi questa passeggiata, lo fai prima di tutto per te stesso.  Valorizzerai la tua umanità profonda.


martedì 1 luglio 2014

Sulle spalle dei giganti

di
Francesco Zanotti

Ogni pratica deriva da un pensiero. Dal sistema di risorse cognitive di chi mette in atto quelle pratiche.
Non vi sono pratiche “neutre”.
La scelta di separare le attività di cambiamento dalle attività di gestione, successivamente, di spezzarle in mille rivoli e la fiducia nelle specializzazioni non sono inevitabili.
Derivano dal sistema di pensiero che sta a fondamento della società industriale e che ha come archetipo di riferimento la fisica classica. Purtroppo questo sistema di pensiero, che è una vera e propria visione del mondo, è adatto a gestire sistemi meccanici e non sistemi umani.
E’ una visione del mondo troppo limitata per poter parlare e governare l’umano.
Per costruire nuove pratiche, capaci di guidare le organizzazioni verso un nuovo sviluppo, è allora, necessario usare un nuovo pensiero.
Per fortuna questo pensiero è già intorno a noi.

Nel secolo scorso è emerso in ogni ambito del pensiero e dell’esperienza umana episodi di rottura del pensiero e dell’esperienza “moderna”.
Due rotture del pensiero vengono dalla fisica. La Relatività Generale ha scoperto l’importanza del palcoscenico che gli attori modificano e che influisce sugli attori. La fisica quantistica ha scoperto il ruolo creatore dell’osservatore che addirittura emerge, insieme all'osservato, dal palcoscenico.
Una rottura, in negativo, viene dalla matematica. Godel ha dimostrato che con il pensiero lineare non si potranno mai costruire teorie che sappiano descrivere coerentemente e completamente uno qualsiasi dei mondi umani. Mondi organizzativi, compresi.

Un contributo trasversale è stato fornito da quel movimento complesso ed un po’ troppo disincantato che si rifà alla metafora della complessità.
Maggiori speranze sta generando la emergente cultura sistemica che si pone come sintesi transdisciplinare dei nuovi modelli e delle nuove metafore che stanno emergendo in tutti gli ambiti di conoscenza.

Ma anche le scienze umane e le diverse esperienze artistiche del secolo scorso hanno praticato con passione ed emozione la rottura del moderno.

Mi permetto alcune citazioni per far sapere che non siamo i soli a chiedere un nuovo pensiero ed una nuova prassi.

Ecco le citazioni

domenica 1 giugno 2014

Lettera aperta a Vittorio Colao

di
Francesco Zanotti


Egregio dottore,
ho letto in un angolo nascosto del Sole 24 Ora il resoconto di una sua intervista al Festival dell’Economia. Serve un management colto, che capisca la tecnologia e che viaggi.
Mi faccia fare qualche riflessione sul “colto”, dopo sulla tecnologia e sul viaggiare.
Le propongo una “misura” di questo essere colto. Prenda il complesso delle conoscenze strategico organizzative disponibili e verifichi quante di esse solo nella disponibilità del management. Se questa disponibilità è bassa, allora diventa urgentissimo colmare questa mancanza, non crede?
Ma l’essere “colti” non riguarda solo le conoscenze strategico-organizzative. Certo. Ed allora parliamo delle “tecnologie”. Le tecnologie digitali sono, innanzitutto, fondate sulla nuova fisica, non sulla fisica classica.  Tutti i dispositivi a stato solido sono fondati sulla fisica quantistica. Ora la fisica quantistica è il fondamento di una nuova visione del mondo che sta portando una rivoluzione proprio nelle conoscenze strategico organizzative.  Allora essere colti significa anche conoscere la rivoluzione che sta portando nella conoscenza umana l’avvento della fisica quantistica. Poi: tutti i dispositivi digitali sono macchine di Turing. Non si comprende fino in fondo la tecnologia digitale se non si conoscono struttura, prestazioni possibili e limiti della macchina di Turing.
Anche in questo caso: quanto è diffusa la conoscenza che sta al fondo delle tecnologie digitali quanto è diffusa la percezione che questa nuova conoscenza non ha solo una dimensione tecnica, ma sta rivoluzionando profondamente le scienze naturali ed umane, il modo di pensare strategia ed organizzazione? quanto ad esempio, è diffusa la consapevolezza che la fisica quantistica può essere alla base della capacità di comprendere l’origine dei comportamenti delle persone?
Ed arriviamo al viaggiare. Certo la conoscenza di tutti i popoli e le cultura della terra è importante. Ma non la si ottiene certo saltabeccando da una parte all'altra del mondo visitando aeroporti ed uffici tutti uguali

Concludo con la metafora del viaggio: la cosa più urgente è organizzare viaggi nella conoscenza …

sabato 10 agosto 2013

Citazioni mobilitanti

di
Francesco Zanotti


Dopo le citazioni imbarazzanti (che ci costringono a mettere in discussione idee e prassi consolidate), citazioni mobilitanti. Quindi responsabilizzanti. Ma siamo in agosto … Certo ma poi viene settembre e ritroviamo non solo il nostro lavoro, ma anche i volti e le storie di tutti coloro il cui futuro dipende da noi …
E’ una citazione tratta da seminario di CSE Crescendo sull'organizzazione quantistica. L’autore è il Prof Eliano Pessa, un fisico teorico, direttore del Dipartimento di psicologia dell’Università di Pavia. La sua “idea”: “ … la Fisica Quantistica può anche essere vista come un framework concettuale per descrivere sistemi complessi soggetti a ineliminabili fluttuazioni di fondo.”. In realtà egli si riferiva a quella particolare visione della fisica quantistica che si chiama Teoria Quantistica dei Campi.
Perché mobilitante? Perché citata d’estate? Mobilitante perché propone di usare una teoria mai affrontata per spiegare quello che oggi viene lasciato ad un mix di intuito, esperienza che, però, funzionano sempre meno. Intendo riferirmi al fatto che ogni organizzazione è dotata di una sua autonoma capacità di sviluppo, derivata da un continuo ribollire dell’umanità che la costituisce. Fluttuazioni che oggi nessuno sa comprendere fino in fondo. E tanto meno sa gestire. Il Prof. Pessa ci indica una possibile via: l’utilizzo della teoria quantistica dei campi. Perché non approfondire il tema? Mi riferisco soprattutto alle imprese leader di questo paese ed ai manager che le guidano. Perché non approfondire una nuova conoscenza che può esser rivoluzionaria?
Perché d’estate? Perché non abbiamo l’alibi delle urgenze che, forse, però, nascono proprio dal fatto che non sappiamo comprendere e gestire il ribollire umano. Quel ribollire umano che, forse invece, si attende da noi qualcosa di rivoluzionario. E a settembre, se guardiamo bene i loro volti, riusciremo a leggere quella domanda di straordinarietà che si chiede alle classi dirigenti in periodi di cambiamenti epocali. Responsabilità: non deludiamo questi sguardi.


martedì 23 aprile 2013

E’ possibile misurare un sistema umano?


di
Francesco Zanotti


Sul gruppo di LinkedIn di AIDP si è aperta una discussione che mi sembra meriti di essere riportata nel nostro blog.
In particolare vorrei esporre più dettagliatamente, anche se sempre in modo non completo, la mia posizione, come mi è stato richiesto, sul tema.

La posizione di alcuni partecipanti è che è possibile misurare una organizzazione. In particolare sono possibili ed utili misure del clima.
Si tratta di un tema del quale riconosco la delicatezza: tutto un mondo consulenziale fonda la sua sopravvivenza sul fatto che una organizzazione (ma anche un mercato) sia analizzabile. E, quindi, sulla sensatezza di offrire servizi di analisi. Distruggere questa possibilità rende problematica la posizione degli “analizzatore”.
Ma “Amicus Plato (o Socrates), sed magis amica veritas”.
Il nostro riferimento non è alle esigenze dei consulenti, ma alle esigenze delle imprese che necessitano di strumenti, metodologie e processi di governo radicalmente diversi. Come quelli che sto descrivendo nel libro di cui abbiamo iniziato la pubblicazione a puntate e che presenteremo a Milano il 29 maggio.

In questo quadro, l’obiettivo del post è quello di illustrare i riferimenti in base ai quali sostengo che misurare un sistema umano non ha senso. Come non ha senso un management ed un sistema di servizi di consulenza che si offre di compiere questa operazione.

Il primo riferimento è Domenico Parisi e il suo Le sette nane dove tratta in modo abbastanza convincente lo status delle scienze umane. Esse non sono certo scienze esatte. Hanno cercato di usare la fisica classica come modello epistemologico unico, ma ne è nata una parodia. E proprio nel secolo in cui la fisica ha relativizzato la fisica classica come modello epistemologico unico. Se le scienze umane non sono “isomorfe” alla fisica classica, non hanno senso tutte le operazioni che sono possibili in un sistema che rientra nell'ambito della stessa fisica classica. In particolare non ha senso l’operazione di misura.

Il secondo è Peppino Vitiello nel libro Strutture di mondo con il suo contributo Dissipazione e coerenza nella dinamica cerebrale dove si dimostra chiaramente, che per quanto riguarda l'uomo e i sistemi sociali, non esistono identità fisse, quelle che ci appaiono identità sono momentanee e sono frutto di processi di emergenza. Se non esistono identità fisse, ma identità che continuamente evolvono grazie alle interazioni, che senso ha voler misurare caratteristiche di identità come il clima di una organizzazione o i valori e le competenze? Non sono oggetti che se ne stanno fermi e si lasciano misurare.

Il terzo è alla fisica quantistica (non ha senso indicare un autore specifico ma se proprio si vuole: David Bohm). Ovvio che la fisica quantistica non è solo scienza dell'infinitamente piccolo (che ci fa funzionare tutti i dispositivi elettronici), ma è la prima teoria della misura nel caso in cui la forza della misura è dello stesso ordine di grandezza dello strumento misurato. La fisica quantistica rivela, innanzitutto, che misurare significa cambiare. In particolare, nel caso di una misura organizzativa (non solo del clima) questo significa che ogni tentativo di misura crea per tutto il tempo della misura una nuova organizzazione (organizzazione più team di misurazione). La descrizione del clima è la descrizione del clima di questa organizzazione artificiale, per di più vista dal punto di vista di una parte: un misuratore che, appena che ha finito di misurare se ne dovrebbe andare. Cioè si misura il clima di una organizzazione artificiale.

Il quarto è tutto il mondo della complessità. Un autore tra tutti: il compianto Von Foerster con il suo Sistemi che osservano.

Il quinto è costituito da tutte le osservazioni che i filosofi dell'ermeneutica hanno proposto, fino a Jaques Derrida e la suo decostruire e ricostruire. Credo che l'inevitabilità della interpretazione tolga il terreno di sotto a tutti coloro che credo che la loro interpretazione sia una raffigurazione oggettiva del sistema umano che "osserva"
Ma possiamo citare, in campo strettamente manageriale, anche i lavori di Ugo Morelli su estetica e bellezza.

Altro polo di riferimento sono tutti gli studi epistemologici, dove, da Feyerabend in poi, si è capito che una conoscenza oggettiva è impossibile in assoluto. Tanto meno è possibile una conoscenza oggettiva dei sistemi umani. In particolare il concetto di causa ed effetto, che è la metafora più completa della fisica classica, non è sostenibile per i sistemi complessi a causa delle interazioni a distanza (entanglement) che vale anche per i sistemi fisici, come descrive Vitiello, ma come mille fenomeni fisici confermano.

Si potrebbe aggiungere che non si può far confusione tra correlazioni statistiche, come quelle che "rilevano" i questionari, e leggi che governano i rapporti tra causa ed effetto. Una correlazione statistica non identifica un rapporto di causa ed effetto.

Poi, quando si parla di quantificare, occorrerebbe tener sempre presente due fattori. Il primo sono i teoremi di incompletezza di Godel e l'altro che i computer trattano solo approssimazioni numeriche, visto che operano solo con i numeri razionali. Neanche usando loro si riesce a elaborare descrizioni oggettive.
La conclusione?

La prima è che la diatriba tra misurazioni quantitative e qualitative è epistemologicamente infondata. Le misurazioni quantitative non sono possibili. Quelle qualitative sono una contraddizione in termini. Non ha senso parlare di una misura che non si esprima in numeri. Misurare è definire una applicazione che “collega” un fenomeno a un insieme di numeri reali. Se non si vuole parlare di numeri reali questa applicazione … non sa dove applicarsi.

La seconda è già stata già esplicitata esaurientemente da Gary Hammel: il vecchio management è tutto di tipo "Command & Control" (io dico che ha come riferimento la fisica classica).
E, egli sostiene, è del tutto evidente che è superato e da superare. 

martedì 5 febbraio 2013

La gestione del "cambiamento": un paradosso organizzativo...

(...e una proposta per risolverlo) 
di
Luciano Martinoli

Abbiamo provato ad affrontare il problema del cambiamento, o "change management".
Guardandolo abbiamo rilevato una serie di assurdità che invece vengono considerate normali. La prima, e la più rilevante, è la seguente: il cambiamento organizzativo, se per cambiamento si intende la descrizione di un processo che consente ad “A” di divenire “B” in modo chiaro e fattibile,  non è descrivibile, dunque che senso può avere discutere su come realizzarlo?
Tentando un parallelo, è come se si volesse decidere dell'opportunità di viaggiare in treno o in aereo senza prima aver deciso la destinazione da raggiungere!

Allora abbiamo cercato un'altra strada e abbiamo scoperto che l'organizzazione cambia autonomamente, ha una sua vita, un suo processo di sviluppo.
Ma come si svolge questo processo di sviluppo autonomo?

Per cercare risposta abbiamo indagato tra tutte le teorie organizzative e abbiamo trovato conoscenze necessarie ma non sufficienti. Per colmare le lacune la nostra indagine si è allargata al mondo generale delle scienze naturali e umane e abbiamo scoperto le leggi che governano l'evoluzione. Successivamente ci è venuta un'idea di come governarlo; un cambio di paradigma radicale: dal "change management" al "governo dell'evoluzione autonoma" dell'organizzazione.

Data la novità di questa proposta, che verrà descritta in un libro che renderemo via via disponibile, sentiamo il dovere di sottoporci al vaglio della comunità professionale, affinchè si generi un dibattito tanto urgente quanto necessario.

Iniziamo inviando, a coloro che sono interessati a partecipare, la prima parte: un breve "trailer" (facendone richiesta al mio indirizzo  l.martinoli@cse-crescendo.com ).

La nostra vuole essere una possibile "traccia" sulla quale costruire socialmente la soluzione a questo "paradosso", tanto grave in quanto sottaciuto e accettato come vero (e forse alla base dell'attuale incapacità di uscire dallo stato di "crisi" nel quel ci dibattiamo da troppo tempo).

lunedì 26 novembre 2012

Agostino e l’organizzazione


di
Francesco Zanotti


Il problema che voglio affrontare è quello del ”capire” l’organizzazione. Il capire non può essere semplicemente un “leggere” oggettivo. Un paio di mille anni di ermeneutica ci hanno insegnato che il leggere è, almeno, interpretare. Anche molto di più, a dar credito alla fisica quantistica che è quel gruppo di conoscenze che permette a tutti noi di usare i computer che servono a scrivere, inviare, ricevere, “leggere” (un leggere che è sempre interpretare).
Ma fermiamoci all'interpretare.
E poniamoci il problema, credo interessante, di interpretare l’organizzazione.
Per affrontarlo … ascoltiamo Agostino, Vescovo di Ippona … Heidegger sostiene che Agostino ha costruito la prima proposta ermeneutica di “spessore filosofico” e non meramente filologico.
Agostino, sostiene che ogni testo è parola esteriore, quella fissata in un manufatto che rende, appunto, manifesto il testo. Ma è anche parola interiore. La comprensione di un testo è profonda solo se si arriva a comprendere la parola interiore che l’ha generato. Per arrivare a comprendere la parola interiore è necessario un contesto di carità. Lasciamo stare il fatto che Agostino sta cercando di comprendere lo schema teologico dell’Incarnazione. Ma arriviamo e fermiamoci all'organizzazione.
Essa è certamente costituita da un manufatto esteriore: l’organizzazione formale. Ma è anche fatta da una identità interiore: l’organizzazione informale che ne costituisce la parola profonda, originaria. che non può essere esaurita da nessun testo, da nessuna formalizzazione. E’ da questa identità interiore, dunque profonda, che scaturiscono i comportamenti delle persone che costruiscono un’altra organizzazione visibile: quella visibile ad esempio da clienti e stakeholders.
Se Agostino ha ragione, per comprendere l’identità profonda, la parola interiore, di una organizzazione occorre un contesto di carità.
Fuori di metafora (ma è davvero solo una metafora?) per comprendere (io dico: per costruire) l’organizzazione informale occorre che chi vuole comprendere, almeno, si immerga profondamente (ma l’immergersi profondamente non può che generare amore o il suo contrario: l’odio) nella organizzazione informale. E questo non può essere fatto attraverso report ricchissimi di numeri, ma privi del tutto di anima.
Occorre arrivare all’identità interiore, alla parola profonda. Quella che Steve Cummings, docente di strategia alla Wellington School of Management, definisce l’Ethos di una impresa…