"Non è la mente l'origine dell'uomo, sono le passioni che originano tutto, anche il pensiero. E' il sentimento il seme dell'uomo, sono l'amore, la passione." (M. Tobino)
E' "vero" tutto ciò che ci piace e che decidiamo insieme agli altri che sia vero
Visualizzazione post con etichetta scienze naturali. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta scienze naturali. Mostra tutti i post

domenica 21 giugno 2015

Empatia e bufale

di
Francesco Zanotti

Dieci giorni fa ho scritto di neuroscienze e bufale.
Oggi, collegato al discorso precedente, voglio dire di un articolo apparso sulla Domenica del Sole24Ore a firma di Gilberto Corbellini e Elisabetta Sirgiovanni.
Il titolo è: “Nei Tuoi panni? No grazie!
Di cosa tratta? Gli Autori (non certo formatori frustrati) sostengono che il concetto di “empatia” è una bufala. Gli autori affermano che l’essere umano non può essere empatico. Nelle parole degli Autori “Ognuno di noi può immaginare qualcosa solo in base ai suoi ricordi e al suo sentire che è un incrocio tra geni, strutture neurali, esperienze individuali.”.
Tesi estrema? Un po? Forse sì!
Ma non è questo di cui voglio discutere.
Voglio provare a chiedere a coloro che stanno vendendo e comprando sempre di più corsi e corsetti legati all’“empatia”. Cari amici, ma sapete quanto è scientificamente incerto questo concetto? Quanto siamo lontani dal riuscire ad utilizzarlo per gestire risorse umane? Perché continuate ad illudervi, illudere e spendere i soldi delle imprese?
Generalizzando, ormai sta diventando scientificamente evidente che tutto quell’apparato concettuale che definiamo “management” è del tutto “falsificato” dalle “scoperte” delle scienze naturali ed umane. Allora perché continuare ad usare, insegnare ed apprendere tutto un insieme di .. bufale?

Vorrei continuare nei prossimi giorni a scoprire bufale ed insensatezza a servizio di una nuova capacità di “governo dello sviluppo” delle nostre organizzazioni.

domenica 15 settembre 2013

Gestire grane o costruire sviluppo?

di
Francesco Zanotti


Credo che molti manager stiano percependo sulla pelle l’aumento delle “grane”.
Le possibili interpretazioni di questo fenomeno sono due. Scelga il lettore quale preferisce.

La prima. Le “grane” nascono da due “minacce”. La crisi esterna sta generando la perdita della capacità di produrre cassa delle imprese. Il tentativo di recuperare passa dallo stressare le persone (lavorare di più e prendere meno). Ma le persone cercano di “resistere” e, quindi, le grane aumentano.
Se si sceglie questa interpretazione, forse, si gratifica l’io di qualche manager a vocazione prometeica o con il gusto di “portare pace”. Lo si tranquillizza perché non deve imparare nulla di nuovo. Ma solo fino a che non suona il campanello (che purtroppo molti manager stanno sentendo) del “tutti a casa”: l’impresa scompare sotterrata da crisi esterne ed interne.

La seconda. Le minacce sono solo la causa del rifiuto di opportunità. La crisi esterna è il segnale che i prodotti e servizi attuali sono invecchiati, interessano sempre meno ed emerge antropologicamente la voglia di un nuovo sistema di prodotti e servizi. Le imprese hanno difficoltà ad immaginarli e perdono, conseguentemente, la loro capacità di generare cassa. Se, per tentare di controbattere questo fenomeno, i manager stressano le persone (che avrebbero, invece, una gran voglia di partecipare a progettare nuovi prodotti e servizi) allora auto generano le grane che poi dovranno risolvere.
Se può interessare, tutte le scienze naturali ed umane suggeriscono la seconda interpretazione. E ragionandoci su, si scopre che suggeriscono anche cosa deve fare, di diverso dal manager che gestisce grane, il manager che vuole costruire sviluppo. Invece di stressare efficienza deve stimolare e sintetizzare progettualità. In questo secondo caso dare un’occhiatina a cosa dicono le scienze naturali ed umane diventa importante.

Di fronte a queste due interpretazioni, poi … decida il manager. Se continuare a considerare le grane come occasione di identità e di difesa verso la conoscenza.

Oppure rischiare la via della conoscenza che, tra l’altro, viene incontro anche ai suoi certamente vivissimi desideri di una nuova profondità della vita e della professione. Il Poeta avrebbe , forse, scritto: “assunti non foste a gestire grane, ma per seguire la virtù dello sviluppo attraverso la via della conoscenza”.

mercoledì 15 agosto 2012

I paesaggi della conoscenza


di
Francesco Zanotti

Tempo di vacanze … tempo di viaggi, escursioni, scoperta di nuovi mondi: naturali ed antropologici … Magari solo fuga dal mondo di tutti i giorni che non è propriamente un luogo ideale …
Nulla in contrario, ovviamente.
Solo una proposta alternativa e trasgressiva. Oltre ai paesaggi della Natura, oltre ai paesaggi antropologici, provate ad immaginare anche i paesaggi della conoscenza. Viaggi, escursioni, scoperte dei paesaggi della conoscenza. Sono paesaggi selvaggi, affascinanti, spesso neppure immaginabili… Viaggi, escursioni scoperte nel nuovo continente (forse è poco: nel nuovo pianeta, nella nuova galassia) delle nuove scienze naturali … Qualche possibile passeggiata … Nei paesaggi della matematica che sono un po’ la geografia delle teorie possibili. Nei paesaggi della fisica che ci insegnano ad auto costruire paesaggi. Nei paesaggi dell’evoluzione che ci fanno vedere come le nostre costruzioni (anche i nostri capolavori), le strade che costruiamo, ci condizionano il futuro … a meno di rivoluzioni.
E, poi… Viaggi escursioni nei mondi dei grandi pensatori perché troppo spesso il loro pensiero è umiliato dai manuali scolastici.
Viaggi ed escursioni, ovviamente, anche nei mondi delle arti … Ma attenti ad avere guide esperte che non vi lasciano scivolare in un camminare frettoloso e distratto …
Forse i viaggi nei paesaggi della conoscenza sono i più urgenti. Dobbiamo liberarci dalla tirannia dei pochi ed angusti paesaggi conosciuti che ci costringono sempre lungo gli stessi “pensieri” (la stessa visione del mondo, le stesse teorie, gli stessi modelli, le stesse storie). Che non abbandoniamo neanche quando viaggiamo nella Natura o nelle antropologie e che ci fanno da filtro banalizzante.
Forse è il viaggiare, quasi tirannico, sempre negli stessi paesaggi che ci rende sempre più insopportabile un mondo che si arricchisce sempre di più di nuovi paesaggi possibili, ma che non riusciamo a vedere, a percorrere, a costruire.