"Non è la mente l'origine dell'uomo, sono le passioni che originano tutto, anche il pensiero. E' il sentimento il seme dell'uomo, sono l'amore, la passione." (M. Tobino)
E' "vero" tutto ciò che ci piace e che decidiamo insieme agli altri che sia vero
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sabato 23 luglio 2016

La triste storia delle classi dirigenti

di
Francesco Zanotti

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La modalità di selezione delle classi dirigenti è di tipo competitivo-personalistico sintetizzato nella frase: vinca il migliore. Purtroppo si tratta di un meccanismo disastroso perché isola le classi manageriali dal mondo e dalla realtà delle imprese costringendole ad una modalità di governo enfatico-retorica.
Infatti, proprio per il modo in cui si sono formate, le classi dirigenti non possono che chiudersi auto referenzialmente. Ad esempio, non possono attribuire rilevanza alle risorse cognitive perché il loro vincere deve per forza essere dovuto a loro caratteristiche intrinseche che li rendono ontologicamente migliori. Ne fanno dei talenti. Se esistessero fattori esterni come le conoscenze che potessero migliorare la qualità intrinseca delle persone, il mito dell’essere speciali dei talenti naufragherebbe. I meccanismi di selezione privilegiano personaggi narcisistici, incapace di crescere in virtù e conoscenza.
Dal punto di vista della vita della collettività e delle imprese, del servizio alla collettività ed alle imprese queste classi dirigenti sono un disastro. I problemi della collettività sono solo una ulteriore occasione di autorappresentazione. Una ulteriore occasione di autorappresentazione della propria eccellenza che non può che manifestarsi in Progetti di cambiamento e in sviluppo solo enfatici e retorici.
Il sistema dei media rende ancora veloce e definitivo il processo di autoisolamento delle classi dirigenti perché premia il narcisismo e lo copia.


venerdì 9 ottobre 2015

Cambiamento e bellezza

di
Francesco Zanotti

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Mi baso solo su di un resoconto giornalistico. Ma andrò a leggermi l’articolo originario su Nature.
Daniela Monti sul Corriere di oggi recensisce l’articolo (su Nature, appunto) di Karl Grammer, antropologo a Vienna, che sostiene che il cervello è fatto per riconoscere, per esserne attratto, dalla bellezza. E la bellezza è somma di oggettività e soggettività. La bellezza mobilita all’azione.
La bruttezza e la noia repellono.

Allora prendiamo un Piano di cambiamento organizzativo (generalizzando: un Business Plan). Volete che sia realizzato? Allora semplicemente dovere fare in modo che sembri “bello” a chi lo deve realizzare, all’interno ed all’esterno della organizzazione … Così semplicemente: il manager e l’imprenditore o progettano bellezza o tradiscono la loro vocazione di classe dirigente. E le imprese non producono risultati … E, così, si finisce a “morire” di stupidaggini come quello della produttività. Il lettore veda …http://imprenditorialitaumentata.blogspot.it/2015/10/produttivita-mito-frusto.html

martedì 3 giugno 2014

Paura della conoscenza: una proposta

di
Francesco Zanotti


Troppi manager (e consulenti) stanno combattendo (forse inconsciamente?) una battaglia contro la conoscenza.
Infatti, è evidente che vi sono conoscenze che sono assolutamente indispensabili per governare le organizzazioni.
Le scienze cognitive servono per capire l’origine dei comportamenti delle persone.
Le scienze psicologiche e sociali per comprendere la dimensione relazionale delle organizzazioni.
La filosofia del linguaggio per capire le dinamiche comunicative.
L’antropologia e l’estetica per comprendere la dimensione simbolica delle organizzazioni.
Dobbiamo anche aggiungere le scienze della natura e la filosofia per capire le visioni del mondo possibili. Le visioni del mondo servono a comprendere e cambiare le nostre convinzioni profonde che guidano le nostre logiche di governo.
Ed è altrettanto evidente che nessuno dei manager e dei consulenti attuali dispone di questa conoscenze.
Ma il problema non è tanto la non conoscenza quanto il tentativo (certamente non etico) per dimostrare che queste conoscenze non servono!

Si cerca di sostituire la conoscenza con esperienza ed intuito. Ma si tratta di un tentativo paradossale. Anche esperienza ed intuito sono frutto di teorie. Sono frutto di teorie cognitive, psicologiche sociali, antropologiche etc personali. Come a dire: butto a mare lo sforzo di tutti coloro che hanno sviluppato queste aree di conoscenza e vi sostituisco i risultati del mio personale e limitato sforzo di razionalizzazione. Il paradosso è che in realtà non si nega la conoscenza, ma si dichiara che la conoscenza personalmente sviluppata è molto meglio di tutta la conoscenza che secoli di ricerca e sperimentazione di popolazioni di scienziati e filosofi.
Perché questo paradosso?
Perché sostanzialmente si ha paura che, se si riconosce essenziale una conoscenza che non si possiede e che viene giudicata inaccessibile, si metta in pericolo il ruolo manageriale o gli incarichi consulenziali di coloro che questa conoscenza non possiedono.

La domanda che viene da farsi è: ma questa conoscenza personale è sufficiente a garantire lo sviluppo delle nostre imprese e, allargando il discorso a tutta la classe dirigente, lo sviluppo di tutta la società? No! Il rifiuto di una conoscenza profonda, il centrare tutto sulla abilità o sensibilità personale ha creato quelle prassi collusive e conflittuali che stanno bloccando lo sviluppo di tutto.

Ma il post vuole essere di proposta. Cari manager e consulenti, non abbiate paura. E’ possibile disporre in tempo brevissimo di una sintesi finalizzata, che si conclude con una precisa proposta di una nuova modalità di governo di tutte le organizzazioni in un tempo molto breve.
Perché rifiutarsi?

Cari manager, cari consulenti, dateci una mano a combattere pro e non contro la conoscenza.