"Non è la mente l'origine dell'uomo, sono le passioni che originano tutto, anche il pensiero. E' il sentimento il seme dell'uomo, sono l'amore, la passione." (M. Tobino)
E' "vero" tutto ciò che ci piace e che decidiamo insieme agli altri che sia vero
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martedì 23 maggio 2017

Sogni! Non obiettivi.

Siamo assediati da miti, leggende metropolitane, se volete, intorno a cosa debba fare un buon manager.
Uno dei più deleteri è quello di fissare obiettivi. Se un manager fissa obiettivi, in realtà, impone a tutti i limiti dei suoi orizzonti (nessun uomo ha orizzonti infiniti), al di là dei quali non vede e al di là dei quali non porterà certo la sua organizzazione.
Se, poi, dopo aver definito gli obiettivi, li negozia, allora si cade dalla famosa padella nell’altrettanto famosa brace. Infatti, il processo di negoziazione generà obiettivi ancora più ristretti di quelli (inevitabilmente ristretti) che il manager aveva definito per conto suo. Per forza: in una negoziazione occorre pur mollare qualcosa. E’ il costo della “partecipazione” …
Una via alternativa è quella di “lavorare" con i sogni. Chiedete alla vostra gente di sviluppare sogni e di indicare come realizzarli. Fatevi provocare dai loro sogni. Poi mettete insieme tutti questi sogni in un disegno complessivo.
Ovviamente occorre avere un metodo per stimolare sogni e poi sintetizzarli in un sogno comune. Ma i metodi ci sono. Le conoscenze e le metodologie di strategia d’impresa ne sono una fonte preziosa.  Il solo problema è il coraggio di uscire da ogni pretesa autarchica, cercarli, impararli ed usarli. Imparare ed usare un metodo che non si conosce non è un disonore.
Se perseguire sogni vi troverete a raggiungere risultati che, altrimenti, non sareste certo riusciti neanche ad immaginare …

sabato 12 novembre 2016

Il primo comandamento del cambiamento: obiettivi chiari. Ma va là …

di
Francesco Zanotti

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Inizio da oggi una serie di post francamente antipatici anche per chi li scrive: smontano. Smontano l’attuale ideologia del cambiamento. Ma, arrivati a questo punto, non ci possiamo più permettere di  tentare di sopravvivere inseguendo leggende metropolitane a spese delle imprese.
In pratica, smonterò una serie di principi che vanno per le maggiore e che non hanno uno specifico autore: sono comuni leggende metropolitane. Oggi tocca agli obiettivi. Si pensa debbano essere chiari e condivisi. Ma è impossibile che lo siano …

La leggenda metropolitana di oggi è la seguente:

Abbi un obiettivo chiaro per il cambiamento proposto,
che abbia senso chiaro, comprensibile e condivisibile dalla tua gente.
Sono le tue motivazioni a muovere il mondo intorno a te.

Allora, innanzitutto non si capisce cosa riguardi questo obiettivo. E’ la ragione per cui si cambia o è il cambiamento da realizzare? Se si intende la ragione per cui si cambia, o è una ragione economico finanziaria, oppure ognuno ha la sua e deriva dalla sua situazione esistenziale complessiva che certamente non è conoscibile dall’esterno.
Se si intendono i pezzi di organizzazione da cambiare, beh è impossibile descriverli significativamente.
Innanzitutto, non si può descrivere come cambiare le singole persone, neanche una loro parte come possono essere i valori e le competenze perché non si sanno quali siano né gli uni né le altre. Non esistono “valorometri” o “competenzometri”. E quando si cerca di usare quegli strumenti che pretendono di esserlo, si scopre che sono “quantistici”: creano, nel contesto virtuale del processo di misura, i valori o le competenze che poi dichiarano di aver misurato.
Lo stesso vale per l’organizzazione. Si possono cambiare organigrammi e procedure. Ma queste sono solo una parte dell’organizzazione e non hanno significato autonomo: dipende come vengono usate. E il “come vengono” usate dipende dal sistema di relazioni informali e i sistemi autopoietici che proprio esse generano.
Non hanno senso operativizzabile (non si sa di cosa sono fatti e come vengono utilizzati) “oggetti” come “clima” e “cultura”. E tanto meno esistono “climatometri” o “culturometri” per misurarli. E vale lo stesso discorso fatto per gli strumenti di misura delle persone: se si usano quelli esistenti si scopre che evidenziano, ad esempio, non il clima aziendale, ma il clima che ha generato il processo di misura del clima.
Quindi? Quindi nulla … L’ho detto che sarebbero stati  post “antipatici”: solo di contestazione. Perché questo solo può essere un vero punto di ripartenza. D’altra parte di proposte alternative è pieno il blog …

venerdì 4 novembre 2016

Prima i premi e poi i risultati

di
Francesco Zanotti

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Si pongono gli obiettivi e si dichiarano quali sono i premi che si daranno al raggiungimento dei risultati… Invertite il rapporto. E’ antropologicamente più efficace.

Innanzitutto, il definire obiettivi individuali (se i primi sono individuali anche gli obiettivi devono esserlo) è una sciocchezza strategica, perché si spezza l’unità dell’impresa in tante parti che si immagina si sommino generando il tutto. Ma questo non è vero: quando si sono individuate parti (quelle a cui si collegano gli obiettivi), queste si mettono da sole in competizione, altro che “sommarsi”.

Ma allora come “motivare”? Distribuendo prima i premi. Poi le persone si sentiranno in dovere di rispondere con energia, fantasia, collaborazione e flessibilità. Otterrete risultati più rilevanti di quelli che avreste messo come obiettivi.

domenica 2 ottobre 2016

Gli obiettivi sfidanti sono solo la forza della disperazione: la lezione da Wells Fargo

di
Francesco Zanotti
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il problema è che quando si danno degli obiettivi, le persone li perseguono ad ogni costo … E il management lo sa, ma poiché vuole e sa parlare solo di obiettivi/incentivi, può tentare di dire che non ne sapeva nulla …

Da un articolo di Luigi Zingales sul Sole 24 ORE di oggi. “Wells Fargo ha ammesso che nel corso degli ultimi anni i suoi dipendenti hanno aperto fino a 1.500.000 conti correnti e 560.000 carte di credito senza autorizzazione dei clienti, facendo loro pagare commissioni per servizi non richiesti”.

Questo è il risultato di “obiettivi sfidanti”, follemente sfidanti.  I dipendenti sono costretti a frodare i clienti pur di raggiungerli per non essere licenziati.
Il Prof Zingales cita, a dimostrazione di questa tesi, opinioni di dipendenti, una indagine del Los Angeles Times, audizioni al Senato.
Mi si dirà: ma basta far sì che gli obiettivi siano raggiungibili. Certo, quando una impresa (non solo una banca come Wells Fargo) vede invecchiare il suo modello di business finisce per buttare tutto sulle spalle dei dipendenti. E il confine tra obiettivi “seri” e “folli” sfuma molto.

Se una impresa vende qualcosa che tutti desiderano, non servono obiettivi sfidanti. Tutti di collaboratori di quell’impresa costruiranno bene e vendere altrettanto bene quei prodotti perché ne saranno orgogliosi.
Gli obiettivi sfidanti sono solo la forza della disperazione.


sabato 23 aprile 2016

Non date obiettivi, chiedete sogni

di
Francesco Zanotti

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Siamo assediati da miti, leggende metropolitane, se volete, intorno a cosa debba fare un buon manager.
Uno dei più deleteri è quello di fissare obiettivi. Se un manager fissa obiettivi, in realtà, impone a tutti i limiti dei suoi orizzonti (nessun uomo ha orizzonti infiniti), al di là dei quali non vede e al di là dei quali non porterà certo la sua organizzazione.
Se, poi, dopo aver definito gli obiettivi, li negozia, allora si cade dalla famosa padella nell’altrettanto famosa brace. Infatti, il processo di negoziazione generà obiettivi ancora più ristretti di quelli (inevitabilmente ristretti) che il manager aveva definito per conto suo. Per forza: in una negoziazione occorre pur mollare qualcosa. E’ il costo della “partecipazione” …

Una via alternativa è quella di “lavorare" con i sogni. Chiedete alla vostra gente di sviluppare sogni e di indicare come realizzarli. Fatevi provocare dai loro sogni. Poi mettete insieme tutti questi sogni in un disegno complessivo.

Ovviamente occorre avere un metodo per stimolare sogni e poi sintetizzarli in un sogno comune. Ma i metodi ci sono. Le conoscenze e le metodologie di strategia d’impresa ne sono una fonte preziosa.  Il solo problema è il coraggio di uscire da ogni pretesa autarchica, cercarli, impararli ed usarli. Imparare ed usare un metodo che non si conosce non è un disonore.

Se perseguire sogni vi troverete a raggiungere risultati che, altrimenti, non sareste certo riusciti neanche ad immaginare …



martedì 15 ottobre 2013

MBO: impossibile!

di
Francesco Zanotti

Con MBO, ovviamente mi riferisco al Management By Objectives e non all'altro significato delle sigla: “Management buy out”.
Detto tra parantesi: curioso che due significati diversi della stessa sigla non generino alcuna contraddizione. La spiegazione più probabile e che le due comunità che usano i due significati diversi della stesa sigla non si parlino mai …
Ma torniamo all’MBO pratico-gestionale.

Esso indica una precisa e non contestata modalità di governo: si definiscono gli obiettivi da raggiungere, all'interno di un contesto fisico e formale, cioè all'interno di invalicabili vincoli aziendali. Lo scegliere i comportamenti più adatti è lasciata alla libera iniziativa delle persone. Semplice come l’uovo di Colombo, ma solo in apparenza. Perché i problemi che emergono analizzando questo approccio sono molti e gravi.
Una prima osservazione (che in realtà, potrebbe anche non indicare un problema) è che, se si tirano in ballo gli obiettivi, si mette in crisi la mistica dei risultati che caratterizza troppi manager.
Infatti, i risultati che si dice di aver ottenuto (e che giustificano pretese prometeiche di questi stessi troppi manager) andrebbero confrontati con gli obiettivi che erano stati assegnati. Altrimenti, come si fa a sapere se i risultati sono significativi o meno? Nella realtà ci si dimentica di questa “dipendenza” ed allora si parla di risultati in astratto. Ognuno, ragionando ex post, giustifica come risultati quasi qualunque cosa …

Ma andiamo oltre, perché sono altrove i problemi più rilevanti.
Li descrivo in ordine sparso, non certo di importanza.

Il primo problema è che non è possibile un controllo nel durante, ma solo ex post: quando gli obiettivi sono stati raggiunti o non raggiunti. Se non sono stati raggiunti si prendono provvedimenti, ma è come chiudere la stalla quando i buoi sono già scappati.
Mi spiego più dettagliatamente. Quando si fissa un obiettivo si stabilisce anche un tempo entro il quale l’obiettivo deve essere raggiunto. Se gli obiettivi sono spezzati in sotto obiettivi, il mio discorso vale a livello dei sotto obiettivi elementari.
Se si interferisce nel processo di lavoro e, quindi, di generazione degli obiettivi prima che sia passato il tempo assegnato, si distrugge la logica stessa dell’assegnare obiettivi. Se la si rispetta si accetta di poter controllare solo ex-post. Quando i buoi possono essere sia ben pasciuti nella stalla, ma possono anche essere scappati. Insomma, la logica degli obiettivi non è dei manager deboli di cuore, ma amanti delle sorprese.

Il secondo problema è che gli obiettivi sono etero definiti. Quindi, sono l’espressione delle risorse di conoscenza di chi li definisce. Poiché il “definitore” è gerarchicamente superiore a chi deve ricevere gli obiettivi, è esterno alla sua micro organizzazione. Questo comporta che le sue risorse cognitive non comprendano né una immagine “profonda” delle persone a cui vengono assegnati gli obiettivi, né quella della micro organizzazione in cui queste persone vivono. Allora può accadere di tutto. Che essi vengano giudicati “assurdi” da chi li riceve. Mentre, invece, se fossero auto determinati, potrebbero essere addirittura più sfidanti.
In ogni caso, obiettivi etero determinati scatenano, per forza di cose, un processo negoziale che ha come risultato inevitabile quello di “addolcirli”.

Il terzo problema è che si deve arrivare ad assegnare obiettivi individuali. Questo significa che occorrerebbe verificare che il raggiungimento di tutti gli obiettivi individuali porti a raggiungere obiettivi complessivi per tutta l’impresa.
Propongo un solo esempio. Uno degli obiettivi complessivi più rilevanti per una impresa è costituita dai flussi di cassa. Quale impresa dispone di un processo di definizione degli obiettivi così sofisticato che porta ad assegnare obiettivi individuali così ben coordinati che diventa chiaro a tutti come essi siano finalizzati alla generazione di flussi di cassa?
Non c’è nessuna impresa che disponga di un sistema di obiettivi così sofisticato. Ma non è una colpa, è una inevitabilità. Per riuscire ad individuare un sistema di obiettivi individuali che, sommati, “generano” gli obiettivi complessivi dell’impresa, occorrerebbe avere una descrizione completa e formalizzata dell’impresa. Cosa che non è possibile poiché una organizzazione non è un sistema classico.

Il quarto problema è che i comportamenti scelti dalle persone per raggiungere gli obiettivi loro assegnati, possono entrare in conflitto con le azioni scelte da qualcun altro.

Il quinto problema è che, poiché il processo di assegnazione degli obiettivi (anche a causa dei processi negoziali che scatena) è necessariamente lungo, accade che l’evoluzione dell’ambiente rischia di far diventare obsoleti gli obiettivi prima che siano definiti.
E si generano situazioni assurde nelle quali non si può pretendere che le persone cambino obiettivi ai quali è legata la loro retribuzione variabile.

Da ultimo, il problema più rilevante. L’obbligo di raggiungere gli obiettivi costringe a considerare strumentali le risorse che si hanno a disposizione, in specie le risorse umane. E questo non è solo inefficace (non permette di raggiungere gli obiettivi che l’organizzazione potrebbe raggiungere), ma è anche auto contraddittorio perché lo sfruttamento dei sottoposti può impedire loro di raggiungere i loro obiettivi. E se gli obiettivi individuali non possono essere raggiunti da tutti, allora la strategia degli obiettivi non sta in piedi.