"Non è la mente l'origine dell'uomo, sono le passioni che originano tutto, anche il pensiero. E' il sentimento il seme dell'uomo, sono l'amore, la passione." (M. Tobino)
E' "vero" tutto ciò che ci piace e che decidiamo insieme agli altri che sia vero
Visualizzazione post con etichetta Management by Objectives. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Management by Objectives. Mostra tutti i post

venerdì 16 maggio 2014

Aspettando il 28 maggio. A nessuno interessano i risultati aziendali.

di
Francesco Zanotti


E’ un ragionamento semplicissimo. Se avete in mano un martello e cercate di tagliare un salame non ci riuscite. Se aumentate la forza del martellare lo spappolate. Allora cambiate arnese: cercate un coltello. Se insistete col martello significa che non volete tagliare il salame a fette.
Bene, oggi non possiamo sostenere che tutto nelle nostre organizzazioni fili liscio. Che sono le più adatte a raggiungere i risultati aziendali desiderati (dalla cassa al valore delle azioni, a seconda dei punti di vista).
Cerchiamo di cambiarle è vero, ma non è che ci riusciamo benissimo: riconosciamo e vediamo crescenti le resistenze al cambiamento.
Ma, ciononostante, continuiamo a martellare. Ad usare gli stessi strumenti: dalla formazione al change management. Ad usare le stesse categorie mentali: dalle competenze ai valori. Ad insistere sulle stesse metodologie: dall’empowerment al management by objectives.
Se non otteniamo i risultati che vogliamo e non cambiamo gli strumenti che usiamo siamo alla ricerca dello spappolamento delle nostre organizzazioni, non dei loro risultati.
E, così, i Business Plan delle nostre imprese non riescono a giustificare come raggiungono i risultati che promettono. Non possono dire che verranno raggiunti martellando le organizzazioni che devono realizzarli.


martedì 15 ottobre 2013

MBO: impossibile!

di
Francesco Zanotti

Con MBO, ovviamente mi riferisco al Management By Objectives e non all'altro significato delle sigla: “Management buy out”.
Detto tra parantesi: curioso che due significati diversi della stessa sigla non generino alcuna contraddizione. La spiegazione più probabile e che le due comunità che usano i due significati diversi della stesa sigla non si parlino mai …
Ma torniamo all’MBO pratico-gestionale.

Esso indica una precisa e non contestata modalità di governo: si definiscono gli obiettivi da raggiungere, all'interno di un contesto fisico e formale, cioè all'interno di invalicabili vincoli aziendali. Lo scegliere i comportamenti più adatti è lasciata alla libera iniziativa delle persone. Semplice come l’uovo di Colombo, ma solo in apparenza. Perché i problemi che emergono analizzando questo approccio sono molti e gravi.
Una prima osservazione (che in realtà, potrebbe anche non indicare un problema) è che, se si tirano in ballo gli obiettivi, si mette in crisi la mistica dei risultati che caratterizza troppi manager.
Infatti, i risultati che si dice di aver ottenuto (e che giustificano pretese prometeiche di questi stessi troppi manager) andrebbero confrontati con gli obiettivi che erano stati assegnati. Altrimenti, come si fa a sapere se i risultati sono significativi o meno? Nella realtà ci si dimentica di questa “dipendenza” ed allora si parla di risultati in astratto. Ognuno, ragionando ex post, giustifica come risultati quasi qualunque cosa …

Ma andiamo oltre, perché sono altrove i problemi più rilevanti.
Li descrivo in ordine sparso, non certo di importanza.

Il primo problema è che non è possibile un controllo nel durante, ma solo ex post: quando gli obiettivi sono stati raggiunti o non raggiunti. Se non sono stati raggiunti si prendono provvedimenti, ma è come chiudere la stalla quando i buoi sono già scappati.
Mi spiego più dettagliatamente. Quando si fissa un obiettivo si stabilisce anche un tempo entro il quale l’obiettivo deve essere raggiunto. Se gli obiettivi sono spezzati in sotto obiettivi, il mio discorso vale a livello dei sotto obiettivi elementari.
Se si interferisce nel processo di lavoro e, quindi, di generazione degli obiettivi prima che sia passato il tempo assegnato, si distrugge la logica stessa dell’assegnare obiettivi. Se la si rispetta si accetta di poter controllare solo ex-post. Quando i buoi possono essere sia ben pasciuti nella stalla, ma possono anche essere scappati. Insomma, la logica degli obiettivi non è dei manager deboli di cuore, ma amanti delle sorprese.

Il secondo problema è che gli obiettivi sono etero definiti. Quindi, sono l’espressione delle risorse di conoscenza di chi li definisce. Poiché il “definitore” è gerarchicamente superiore a chi deve ricevere gli obiettivi, è esterno alla sua micro organizzazione. Questo comporta che le sue risorse cognitive non comprendano né una immagine “profonda” delle persone a cui vengono assegnati gli obiettivi, né quella della micro organizzazione in cui queste persone vivono. Allora può accadere di tutto. Che essi vengano giudicati “assurdi” da chi li riceve. Mentre, invece, se fossero auto determinati, potrebbero essere addirittura più sfidanti.
In ogni caso, obiettivi etero determinati scatenano, per forza di cose, un processo negoziale che ha come risultato inevitabile quello di “addolcirli”.

Il terzo problema è che si deve arrivare ad assegnare obiettivi individuali. Questo significa che occorrerebbe verificare che il raggiungimento di tutti gli obiettivi individuali porti a raggiungere obiettivi complessivi per tutta l’impresa.
Propongo un solo esempio. Uno degli obiettivi complessivi più rilevanti per una impresa è costituita dai flussi di cassa. Quale impresa dispone di un processo di definizione degli obiettivi così sofisticato che porta ad assegnare obiettivi individuali così ben coordinati che diventa chiaro a tutti come essi siano finalizzati alla generazione di flussi di cassa?
Non c’è nessuna impresa che disponga di un sistema di obiettivi così sofisticato. Ma non è una colpa, è una inevitabilità. Per riuscire ad individuare un sistema di obiettivi individuali che, sommati, “generano” gli obiettivi complessivi dell’impresa, occorrerebbe avere una descrizione completa e formalizzata dell’impresa. Cosa che non è possibile poiché una organizzazione non è un sistema classico.

Il quarto problema è che i comportamenti scelti dalle persone per raggiungere gli obiettivi loro assegnati, possono entrare in conflitto con le azioni scelte da qualcun altro.

Il quinto problema è che, poiché il processo di assegnazione degli obiettivi (anche a causa dei processi negoziali che scatena) è necessariamente lungo, accade che l’evoluzione dell’ambiente rischia di far diventare obsoleti gli obiettivi prima che siano definiti.
E si generano situazioni assurde nelle quali non si può pretendere che le persone cambino obiettivi ai quali è legata la loro retribuzione variabile.

Da ultimo, il problema più rilevante. L’obbligo di raggiungere gli obiettivi costringe a considerare strumentali le risorse che si hanno a disposizione, in specie le risorse umane. E questo non è solo inefficace (non permette di raggiungere gli obiettivi che l’organizzazione potrebbe raggiungere), ma è anche auto contraddittorio perché lo sfruttamento dei sottoposti può impedire loro di raggiungere i loro obiettivi. E se gli obiettivi individuali non possono essere raggiunti da tutti, allora la strategia degli obiettivi non sta in piedi.


martedì 3 settembre 2013

Il nostro progetto di ricerca e i suoi risultati

di
Francesco Zanotti


Come forse molti sanno, abbiamo, nel passato, avviato un programma di ricerca che, fino ad oggi, nessuna istituzione (e, a maggior ragione, nessuna persona), né a livello nazionale né a livello internazionale, ha ancora intrapreso: l’utilizzo diffuso e integrato delle scienze naturali ed umane per costruire una nuova governabilità delle organizzazioni. Usando un’espressione abusata, alla quale, però, abbiamo dato un nuovo contenuto: per costruire un nuovo paradigma di management.
I risultati del nostro programma di ricerca sono stati eclatanti.
Ci hanno permesso di scoprire le caratteristiche fondamentali di una organizzazione: la sua capacità di auto evolvere e l’impossibilità’ di essere analizzata.
Di scoprire l’inadeguatezza dei metodi gestionali tradizionali (che ancora qualcuno spaccia per innovazioni e scoperte) delle “buone pratiche direzionali”: management by objectives, performance management, valutazione del potenziale, bilancio delle competenze, analisi del clima, sviluppo della meritocrazia con annessa ricerca e valorizzazione dei talenti etc.
Di scoprire l’inadeguatezza del paradigma di governo, oggi dominante, del Change Management.
Contemporaneamente, ci hanno permesso di costruire una proposta di governo di una organizzazione (della sua evoluzione autonoma) che consiste in un unico processo che riassume in sé tutti i mille processi di gestione e sviluppo (cioè di governo) di persone d organizzazioni.
Sono risultati eclatanti che possono fornire alle nostre imprese una governabilità ancora non possibile. Quindi, una capacità di sviluppo imprenditoriale (non un mero vantaggio competitivo) oggi ancora sconosciuta, anche a livello internazionale.


venerdì 5 luglio 2013

Secondo me. Cioè: la pratica della banalità

di
Francesco Zanotti

Partecipo spesso a discussioni, dibattiti. In rete e non.
E vorrei condividere il disagio profondo e la preoccupazione che generano queste discussioni.
Sembrano tanti monologhi auto rappresentativi, narcisistici, trincerati dietro l’espressione “secondo me”.
Io credo che i dibattiti andrebbero fondati, invece, sulle conoscenze di cui disponiamo …

Proviamo a riflettere su una delle sintesi più accettate per il Governo dell’impresa: il Management by Objectives, fondato su motivazione, comunicazione, leadership, apprendimento, controllo. Ed anche sulla visione “implementatoria” del Change Management: analisi della situazione, progettazione ed implementazione del cambiamento.

Ora, vi sono alcune aree di conoscenza che dicono cose importanti su chi è l’uomo (visto che lo vogliamo gestire come risorsa umana), il suo rapporto con gli altri uomini (nell'organizzazione) e il rapporto delle organizzazioni con l’ambiente in cui vivono.
Le cose importanti che dicono: le tradizioni culturali del “Management by Objectives” e “Change Management” sono auto contraddittorie; il praticarle genera danni stratosferici alle imprese. Le cose importanti che dicono: i sistemi umani non sono caratterizzati dal loro funzionamento, ma dai loro processi di sviluppo autonomo. Gestire sistemi umani non significa gestirne il funzionamento, ma i processi di sviluppo autonomo. Di più: gli uomini e i sistemi umani né comunicano, né apprendono; è impossibile motivare, le competenze sono un paradigma insensato ….
Cito solo alcune di queste aree di conoscenza. Sono: la teoria quantistica dei campi e le sue applicazioni all'emergenza dei fenomeni collettivi ed alle neuroscienze; la teoria della mente estesa, la teoria dei sistemi autopoietici, la teoria delle reti; l’ermeneutica e il pensiero post moderno in genere; la “scienza della strategia d'impresa. Preciso: non intendo le strategie delle imprese, ma quel complesso di conoscenze che permettono di studiare e gestire le complesse relazioni tra una impresa e il suo ambiente esterno.

Ora quando, in qualche dibattito, provo ad esprimere questa opinione sull’inevitabilità e sulle potenzialità dell’utilizzo (almeno) delle aree di conoscenza che ho citato … si genera il vuoto. Non quello quantistico, che è, in realtà, pienissimo. Ma quello banale, come è inteso nel linguaggio di tutti i giorni. Cioè: il nulla.
Non ho mai avuto il piacere di una risposta. Anche del tipo: non è vero che sono conoscenze rilevanti.
La ragione? Per ora ho in mente la più semplice: sono aree di conoscenza sconosciute. E nessuno ha voglia di impararle … Per cui il dibattito non è possibile.
Ma se sono aree di conoscenza sconosciute, ma rilevanti, sarebbe bene conoscerle … oppure contestarne l’importanza (ma per farlo occorre sempre conoscerle). Questo, però, non accade. E si preferisce trincerarsi dietro tanti “Secondo me” … Cioè esprimere opinioni che affermano (implicitamente, perché nessuno ha il coraggio di farlo esplicitamente) di non avere bisogno di essere fondate su alcuna conoscenza.
Disagio e preoccupazione. Disagio perché non so come comportarmi. Sostenere fino in fondo la tesi della “non conoscenza” … non è carino. Preoccupazione perché così priviamo le imprese italiane di nuove e decisive (per il loro sviluppo) conoscenze. Suggerimenti?