"Non è la mente l'origine dell'uomo, sono le passioni che originano tutto, anche il pensiero. E' il sentimento il seme dell'uomo, sono l'amore, la passione." (M. Tobino)
E' "vero" tutto ciò che ci piace e che decidiamo insieme agli altri che sia vero
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sabato 28 dicembre 2013

Quanti progetti può sopportare una organizzazione?

di
Francesco Zanotti


Certamente la qualità è importante. Ed allora forza un bel progetto sulla qualità. Ma è la sicurezza non lo è? Ah certo. Ed allora anche un progetto sulla sicurezza. Poi occorre un progetto per la riduzione dei costi e bisogna fare quelle modifiche indispensabili al sistema informativo. Beh, ma è anche necessario che i manager siano formati alle soft skills. Ed allora via una bella analisi dei bisogni per poi iniziare un programma di corsi. Poi arriva l’Amministratore Delegato a cui un amico-collega ha parlato benissimo di quel consulente che ha quell'approccio molto speciale. Ed allora comincia un altro progetto. Chi può negare un progetto all'Amministratore Delegato … Dimenticavo, è il periodo in cui si fa l’analisi del clima … Ho certamente dimenticato molti progetti essenziali
Ovviamente ognuno di questi progetti e fondata su visioni diverse dell’organizzazione. Volete che i consulenti abbiano approcci uguali?
Sommate tutto … a voi immaginare il risultato che si ottiene … Con mille altri consulenti alle porte che … “ loro sì che hanno una esperienza unica da proporre” … che poi si risolve nel dire al potenziale cliente: Ah se ci fossi io al posto tuo sì che le cose funzionerebbero …

Così per ridere (o piangere) quasi a fine anno ….

mercoledì 23 ottobre 2013

Strattonato …

di
Francesco Zanotti
Mi diceva un operaio al termine di una lunga chiacchierata …
Sai in realtà io mi trovo ad avere molti capi che mi strattonano in direzioni tra loro incompatibili. Come se competessero su di me.
Beh, innanzitutto, c’è il mio Capo turno con cui ho a che fare tutti i giorni.
Ma poi ce ne sono altri.
Ci sono i Signori delle risorse umane che mi chiamano quando devono spostarmi o quando ho fatto qualche marachella. Oppure per mandarmi ad un corso di formazione.
Devo confessare che i Signori delle risorse umane ci sanno fare nel parlare con le persone: spiegano, ti fanno sentire a tuo agio, anche importante. Il mio Capo, invece, storce il naso: se do retta ai Signori delle risorse umane non lavoro.

Poi c’è anche un’altra categoria di Capi: i Capi progetto. Sai, da un po’ di tempo a questa parte, sembra che i progetti ci capitino addosso come se piovesse: dalla qualità, alla sicurezza, alla compliance. Ogni Capo progetto pensa che il suo sì che è importante e chiede la mia attenzione, il mio impegno. C’è anche ci mi dà i compiti a casa.
Il mio Capo storce il naso ancora più: “ma insomma, bisogna anche lavorare”, sbotta più di qualche volta.

Ecco io sono in mezzo alle attenzioni di tutti questi Capi. Io riconosco che sono progetti importanti. Un solo esempio: come faccio a non dare importanza ad un progetto sulla mia sicurezza? Ma anche quelli sulla qualità, che ovviamente devono essere coerenti con quelli sulla sicurezza. Mi sento sempre più conteso.
Ovviamente mi è difficile rispondere alle attese di tutti questi Capi che, ricordo, tutti insieme non sanno nulla della mia dimensione cognitiva, del sistema di relazione e delle antropologie nelle quali sono immerso. Mi è difficile vivere strattonato continuamente. Rischio di sentirmi inadeguato, sempre in colpa …


mercoledì 23 maggio 2012

"Novazione" e "Innovazione", una questione di sostanza

Due articoli apparsi su Harvard Business Review di questo mese, entrambi a firma Ron Ashkenas, focalizzano molto bene il tema sempre più dibattuto dell'innovazione.
Il primo articolo, dal titolo molto esplicito "I Manager non vogliono davvero innovare", analizza le motivazioni reali per cui questo accade: Focalizzazione sul breve, Paura di cannibalizzare il business corrente, Orientamento a processi di lento miglioramento dell'esistente (per esempio Six Sigma).
Tutto questo porta, con un efficace battuta dell'autore, a far dire ai manager: "Io voglio che tu innovi, ma solo dopo aver fatto il tuo lavoro". Dunque fare innovazione profonda non fa parte del lavoro delle persone.
Una palese contraddizione con gli intenti iniziali.

Il secondo articolo, "E' tempo di ripensare il miglioramento continuo", analizza proprio la terza causa della resistenza al miglioramento. Six Sigma, Kaizen, Lean e loro variazioni possono essere pericolose per le capacità di innovazione dell'organizzazione.

"Più si lega un'azienda alla gestione della qualità totale, più si inibiscono innovazioni profonde"

Avanzo allora una proposta linguistica, che si porta dietro dei precisi significati.
Chiamerò novazione, termine tecnico molto noto in ambito giuridico, la capacità di far del nuovo, creare innovazione radicale, quello che il mondo anglosassone indica come breakthrough innovation.
La innovazione invece è la novazione all'interno di qualcosa, indicata dal prefisso "in", un miglioramento dell'esistente. Se volete, usando termini informatici, un processo teso a realizzare versioni successive (2.0, 3.0, ecc.) della stessa attività, prodotto, processo... ma sempre quello.

Io penso, a partire dai lucidi stimoli di Ashkenas e da quanto i termini siano abusati e confusi, che si parli, e si intenda, troppo spesso di innovazione e poco di reale novazione.
E si fa anche confusione tra le due.
La differenza non è linguistica ma di sostanza.
Una innovazione è raggiungibile "algoritmicamente", con un processo razionale e disciplinato, prescrittivo, top-down, gerarchico, pianificabile a tavolino, misurabile, incrementale. Ha i confini definiti, si sa dove può iniziare e finire, e procede per piccoli costanti passi.
La novazione, al contrario, è imprevedibile, bottom-up, sociale, non misurabile ma capace di miglioramenti stravolgenti, improvvisa e senza garanzie, nè sul come nè sul quando, possa accadere. Può "colpire" ovunque, dove meno la si aspetta, e procede per grandi balzi in direzioni inaspettate.

Orbene, sappiamo come poter fare innovazione (TQC, Six Sigma, Kaizen, ecc.), ma come creare novazione?
A mio giudizio non come suggerisce l'autore: non bastano un paio di regolette e qualche dritta. La novazione, a differenza dell'innovazione non si crea ma bisogna realizzare le condizioni affinchè emerga. E può emergere dai posti più impensati dell'organizzazione, dunque è un fenomeno sociale. Dunque una profonda differenza di approccio tra le due. Bisogna allora riconoscere le dimensioni profondamente umane delle persone (la novazione solo da loro può essere generata) che prendono forme inconscie nella organizzazione informale e dare corpo a quella Communityship, antitesi della sempre più datata ed inefficace Leadership, che è la reale richiesta ai capi per mettere finalmente al lavoro la dimensione sociale delle organizzazioni.

Forse però una delle principali differenze tra la  novazione e l'innovazione è che la prima è imprenditoriale mentre la seconda è manageriale.
Abbiamo bisogno di entrambe, ma oggi pare che stiamo eccedendo nella seconda, forse perchè non abbiamo la più pallida idea di cosa sia la prima e sappiamo fare solo la seconda.
La classe dirigente del nuovo millennio dovrà emergere dall'incontro di queste due caratteristiche allo scopo di liberare le enormi capacità di progettazione delle comunità che è chiamata a governare.
Il nuovo "manager", se si chiamerà ancora così, sarà un individuo diverso da quello di oggi, ma è urgente che lo diventi al più presto. Le conoscenze per farlo già sono disponibili.

Luciano Martinoli
l.martinoli@cse-crescendo.com