"Non è la mente l'origine dell'uomo, sono le passioni che originano tutto, anche il pensiero. E' il sentimento il seme dell'uomo, sono l'amore, la passione." (M. Tobino)
E' "vero" tutto ciò che ci piace e che decidiamo insieme agli altri che sia vero
Visualizzazione post con etichetta ricerca. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta ricerca. Mostra tutti i post

martedì 22 luglio 2014

Capisco il difendersi … Ma non ti piacerebbe …

di
Francesco Zanotti


Capisco la voglia di difendersi dalla conoscenza. Se questa sembra una vetta non scalabile.
Ma, caro manager o consulente, non ti piacerebbe poter disporre di tutta la conoscenza dalla quale oggi ti difendi perché la giudichi inaccessibile?
Non ti piacerebbe poter dire a te stesso, al tuo CEO, ai tuoi clienti: sì, dispongo delle conoscenze più avanzate che esistano sui “sistemi” dei quali ho la responsabilità: uomini ed organizzazioni?
Non ti piacerebbe poter dire la stessa cosa agli head hunter a cui mandi il curriculum?
Non ti piacerebbe poter trasformare radicalmente la tua vita professionale: dalla gestione delle grane alla soddisfazione di costruire sviluppo?
Credo proprio che ti piacerebbe. Per riuscirci basta che tu chieda aiuto a chi ha fatto la fatica di esplorare tutte queste conoscenze e ne ha studiato l’applicabilità, scoprendo cose straordinarie, alla gestione degli uomini e dell’organizzazione. E’ semplicemente una divisione di compiti. Perché tu non hai il tempo di fare ricerca, questo non ti esime dal chiedere aiuto a chi la ricerca l’ha fatta.


mercoledì 18 luglio 2012

L'ovvio: la ricerca, i commenti e la mancanza delle cose serie

"...sembra che le scienze del comportamento (ma anche quelle economiche e sociali N.d.r.) continuino in larga misura a considerare l'individuo come una monade e a basarsi sul metodo venerando di isolare le variabili."
da "Pragmatica della Comunicazione Umana"


Così scrivevano Watzlawick, Beavin e Jackson nel 1967 e da allora, come accade quasi quotidianamente, si persevera nell'errore.
L'ultima evidenza viene dall'articolo del Corsera del 17 Luglio che commenta una ricerca di due professori australiani sulla soddisfazione e il beneficio che darebbe alle persone una promozione sul lavoro.
Una ulteriore dimostrazione della inutilità di un approccio figlio di una cultura vecchia, ancora buona per costruire auto, ponti ed orologi, ma inutile e dannosa per capire e governare persone e sistemi umani.
Ma partiamo dalla ricerca.


venerdì 27 aprile 2012

Il presidente, i faccendieri e gli improvvisatori


di
Luciano Martinoli e Francesco Zanotti

Riteniamo nostro preciso dovere professionale rendere disponibile lo stato dell'arte della cultura organizzativa e strategica alla classe dirigente del nostro paese.
Riteniamo nostro preciso dovere investire in ricerca per dare un contributo originale allo sviluppo di queste conoscenze.
E' una sfida imprenditoriale ma, prim 'ancora, un preciso impegno di responsabilità verso la comunità dove viviamo, per dare il nostro contributo a costruire quello "sviluppo", oggi tanto necessario.
Lo riteniamo nostro dovere mentre sta diventano evidente che nelle imprese pullulano faccendieri, improvvisatori  e plagiatori …

Uno strumento per realizzare questo nostro impegno sociale è quello di organizzare incontri, dibattiti ed eventi ai quali invitare i massimi responsabili delle aziende ed istituzioni italiane e non solo.
Nei colloqui con loro, e molto spesso con le loro gentili assistenti, abbiamo la possibilità di inviare documenti, scambiare opinioni, ottenere la loro partecipazione o meno secondo gli impegni della loro già affollata agenda.
Curioso, in questo contesto, il caso di un presidente di una grande azienda. Lo raccontiamo, ovviamente in forma anonima, perché ci interessa denunciare il processo “cognitivo” che esso rivela. E’ uno dei processi cognitivi che sta al fondo della crisi. Che non è una crisi di mercato e di norme, ma è una crisi delle mente e dei cuori. E’ il processo cognitivo che permette che le imprese pullulino di faccendieri, improvvisatori e plagiatori e che si affidi a loro la salvezza del nostro paese.

Il processo cognitivo che vogliamo denunciare è il seguente: il rifiuto della conoscenza.

Stiamo promuovendo il seminario gratuito (già il fatto di dover promuovere un seminario gratuito dove si regalano gli investimenti in ricerca di anni, riconosciuti a livello internazionale, fa pensare) che abbiamo organizzato il 3 maggio sulla Organizzazione quantistica. In tutta coscienza crediamo che non sia una delle solite trovate di marketing che si aggiunge alle mille altre trovatine del tutto autoriferite e che servono a sfangare qualche giornata di formazione alle imprese (gli improvvisatori). Nasce da una ricerca a livello internazionale sui modelli di analisi e progettazione organizzativa. Questa ricerca ci ha permesso di scoprire che lo stato dell’arte della conoscenza organizzativa è fondato su una visione classica del mondo. Partendo da una visione quantistica si arriva a proporre prassi di analisi e progettazione organizzativa radicalmente diverse anche dalle più avanzate. Addirittura capaci di dare una risposta ad una nuova esigenza che sta nascendo e che rimane insoddisfatta: la individuazione del ruolo delle risorse umane e dei manager delle risorse umane nel processo di sviluppo strategico.
Stiamo promuovendo questo seminario e l’abbiamo proposto anche ad una grande impresa internazionale: al suo presidente. Come ci aspettavamo non abbiamo ricevuto risposta immediata (come quella che invece ricevono i faccendieri). Allora ci siamo fatti parte diligente nel sollecitarla. E l’assistente di questo presidente, seccata, ci ha risposto: “Ma non pretenderete che  il presidente partecipi ad un seminario!". Noi abbiamo usato la lettera minuscola per iniziare la parola “presidente”. Ma si sentiva che la segretaria stava immaginando una inziale maiuscola, addirittura tutto la parola scritta maiuscola …

Noi proponiamo contenuti che giudichiamo rilevanti. Ovviamente molti altri proporranno innovazioni significative. Cioè: la conoscenza progredisce. Purtroppo la signora ha opposto il suo rifiuto non conoscendo per nulla i contenuti proposti “ Il PRESIDENTE, sa tutto ciò che gli serve per fare il suo mestiere, non ha bisogno di altro.”.
Che tristezza un rifiuto indipendente dal contenuto. Che paura l'affermazione di un principio di autarchia culturale in un mondo dove stanno sbocciando profondi processi di creazione sociale di nuova conoscenza.

Signor presidente Quando ha imparato le cose che sa? Quanto tempo fa? E nel frattempo tutto è rimasto immobile? Così come immobile e piegata ai suoi voleri è l'organizzazione ai suoi piedi?
Non pensa che queste sue granitiche certezze siano anche esse la causa della crisi che stiamo vivendo: una visione di un mondo che si pensava immodificabile, che tutto sarebbe stato uguale a quando lei ottenne la sua carica?
Che futuro ha un'azienda i cui vertici la pensano così, chiusi nelle loro torri eburnee, fermi sulle loro impolverate certezze?
Speriamo bene per l'azienda che presiede, non per lei, signor presidente, che sono sicuro che ha un sistema di paracaduti che non la farà mai sprofondare nell'abisso della disperazione che sta colpendo tanti nostri compatrioti, ma per quei tanti lavoratori alle sue dipendenze che potrebbero ritrovarsi in quell'abisso, vittime della presunzione dei loro capi di essere nati "imparati", di non aver bisogno di null'altro oltre ciò che già si sa, di pensare che il mondo sia fermo a quando l'hanno visto l'ultima volta camminando per strada, da comuni lavoratori.

Purtroppo nelle imprese vive ancora la cultura del potere: l’obiettivo non è quello di costruire, ma di occupare. Aumentare il proprio potere. E così i faccendieri, che promettono di essere fornitori di potere, diventano gli interlocutori privilegiati, come periodicamente la cronaca ci rivela.
Ah, sig. presidente, questo non è certamente il suo caso. Ma lo è quello di molti altri …

Accanto a loro pullulano gli improvvisatori e i plagiatori. Infatti, poi, qualche rimorso di coscienza emerge. Anche l’uomo di potere è un uomo e cede alle lusinghe della conoscenza. Ma allora cade preda di improvvisatori e plagiatori. Una storia di pochi anni fa. Prendo un libro e noto che ha lo stesso titolo della traduzione italiana di un importante libro straniero: “Images. Le metafore dell’organizzazione”. Lo leggo e scopro che è quasi integralmente copiato. Leggo la prefazione e scopro che contiene lodi sperticate alle innovazioni contenute nel libro … copiato. L’estensore della prefazione era un importante Direttore del Personale …
Faccendieri, improvvisatori e plagiatori intorno, dentro le imprese a dispetto di qualunque esigenze di sviluppo.




venerdì 23 marzo 2012

Perché i managers si disinteressano della conoscenza?



Ogni ambito professionale ha un suo patrimonio di conoscenze di riferimento. Esistono progetti di ricerca che fanno evolvere questa conoscenza. Esistono riviste che rendono pubblici i risultati delle ricerche. Le innovazioni dialogano tra di loro e tendono a convergere in sintesi. 
I professionisti sono curiosi di conoscere i risultati della ricerca e voglio essere i primi ad utilizzarli.

Nel mondo del management molto di tutto questo non vale. Vi è certamente chi fa ricerca, vi sono certamente strumenti di diffusione dei risultati della ricerca. Ma non esiste un processo di sintesi sociale.
Ed i manager non sono certo affamati dei risultati della ricerca.
Ci si basa, soprattutto sull’esperienza e ci si accontenta di una “Naif Knowledge” che ruota intorno a parole valigia come “leadership”, “comunicazione”, “empowerment” e altre.

Questa indifferenza alla conoscenza si è andata consolidando negli anni. Tanto che un manager trova estremamente sgradevole anche solo sentire parlare di iniziative dove possa imparare. Sommamente il top management trova sgradevole sentir parlare di nuove conoscenze e metodologie di progettazione e valutazione strategica.

Perché tutta questa indifferenza verso la conoscenza? La risposta sta nella qualità della conoscenza che viene proposta ai managers: una conoscenza banale che puzza di voglia di venderla lontano un miglio …

Francesco Zanotti

lunedì 27 febbraio 2012

Il nostro dovere di specie


In Natura, attraverso la Scienza, come in Azienda... ma sono davvero due ambienti diversi?
di

Da tempo ormai l’aspetto sociale del fare scienza, come attività umana, tende a trasformarsi o ridursi o degenerare in intreccio tra il fare scienza e modalità di essere dei sistemi sociali.
Fanno parte di questo intreccio l’uso concettuale e spaccio della scienza come garanzia di oggettività, scoperta della verità e indipendenza o neutralità. Ancora la necessità di finanziamenti ottenuti spesso sposando interessi commerciali e militari (vedi articolo Nature). I finanziamenti pubblici d’altro canto non solo sono, eventualmente, erogati concessivamente come attività relativamente necessarie, ma anche risentono sia della difficile comprensibilità dei progetti da parte di valutatori in altre logiche (e quando nelle stesse, di parte) sia della commistione e difficile distinguibilità tra uso scientifico, spese di struttura e mantenimento di burocrazie e carriere accademiche di difficile distinguibilità, nel migliore dei casi, da teorie, progetti e approcci.
Questo intreccio infetta concettualmente il tutto.
Ricerche contro (è già un programma) la sclerosi multipla sono affidate alla vendita di arance per strada -sono personalmente un disabile con la sclerosi multipla... A quando anche quelle di fisica? Collette e marketing di scienza.

Francesco Zanotti è intervenuto su aspetti di questi processi degenerativi dove quella che dovrebbe essere interdisciplinarità si riduce a non si sa bene chi e che cosa faccia come scienza.

lunedì 28 novembre 2011

La sicurezza come ologramma del cambiamento

"Costruire sicurezza" può essere attività paradigmatica per qualsiasi progetto di cambiamento?

Indirizzare i comportamenti, tipicità "umana", è davvero impossibile e impensabile in azienda?

Desidero parlare ancora della sicurezza sul lavoro. E lo farò ancora in futuro per dei motivi semplici e, spero, condivisibili.
Innanzitutto perchè è un "particolare" che ben illustra il "tutto". Poi perchè ci impone di cercare di comprendere davvero cosa è una organizzazione e, così facendo, finalmente capire come cambiarla. In ultimo, ma non meno importante, anzi, perchè ci sono in gioco vite umane, dunque la prioritaria preoccupazione di qualsiasi comunità umana nei confronti dei propri membri.
Se si riuscisse a fare tutto questo, il resto, ovvero qualsiasi progetto di cambiamento per qualsivoglia scopo, sarebbe un gioco da ragazzi.

Vogliamo aprire un dibattito a partire da una ricerca appena iniziata. Abbiamo lanciato lo sguardo oltre la definizione "formale e razionale" dell'organizzazione, quella nella quale si appiattiscono la maggior parte dei manager e dei consulenti. Abbiamo scoperto  che siamo umani e, come tali, non ragioniamo soltanto, ma abbiamo anche altre dimensioni che influenzano i nostri comportamenti, causa prima degli incidenti, ma anche del fallimento di tutti i progetti di cambiamento . Tali dimensioni vanno esplorate, in maniera rigorosa coerentemente con la loro natura, e non trascurate perchè colpevolmente ignorate o perchè semplicemente etichettate come di non  interesse per le dinamiche razionali dell'azienda.
Siamo uomini, Signore e Signori, e lo rimaniamo anche varcati gli ingressi delle fabbriche o degli uffici. Ne vogliamo tener conto una buona volta anche in azienda o preferiamo continuare a prenderci in giro pensando che basta fare procedure, essere conformi alle norme, interne o esterne che siano, comunicare con eventi e usare il bastone e la carota?
E, ovviamente, non è sufficiente una banale operazione di riduzione di questi aspetti prettamente umani alla sola dimensione razionale, algoritmica, procedurale.
Comprendere non significa necessariamente razionalizzare, ma l'atto di comprensione è prioritario rispetto a qualsiasi obiettivo di efficacia si voglia raggiungere, in qualsiasi settore.

Dunque è ora di aprire le porte di questa nuova misteriosa (per la cultura aziendale) dimensione umana e iniziare a percorrerla senza tabù ma anche attrezzati con un bagaglio culturale nuovo, che fornisca strumenti adeguati a trattare la materia che incontreremo: non si aggiusta un televisore con un martello!

Vi invito allora a partecipare di persona ,comunicandomi una disponibilità per un breve incontro o via web, a questa fondamentale ricerca di cui troverete la presentazione in questo documento e i cui presupposti, suscettibili di critiche anch'essi ovviamente, e domande fondamentali potrete leggere in questo testo.

Ne va delle capacità di cambiamento delle nostre aziende, così urgente in questo momento. Ma sopratutto è in gioco la vita e l'incolumità di tante persone, ancora in balia di sole norme, procedure, corsi e dichiarazioni tanto retoriche quanto inefficaci.

Luciano Martinoli
l.martinoli@cse-crescendo.com